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Discussione: La storia di Federico

  1. #451
    Vitor
    ospite

    Predefinito Re: La storia di Federico

    Altre novità stanno emergendo dall’inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi, il geometra romano arrestato il 15 ottobre 2009 per possesso di droga e deceduto sette giorni dopo all’ospedale romano, Sandro Pertini. Dopo l’iscrizione nel registro degli indagati di tre carabinieri per falsa testimonianza , una nuova rivelazione arriva dalla consulenza tecnica del professore Carlo Masciocchi, presidente della Società Italiana di Radiologia. Sul corpo di Stefano Cucchi c’è una “frattura recente” a livello lombare. È stata presentata oggi in Procura da Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, e dall’avvocato di famiglia, Fabio Anselmo. Il professore Masciocchi ha analizzato la documentazione del caso relativamente al materiale diagnostico che riguardava esami radiologici della colonna lombo-sacrale e della regione coccigea. Partendo dal fatto che sia a livello lombare che a livello sacrale su Cucchi sono presenti fratture, il consulente ha dedotto che «le fratture riscontrate sembrano essere assolutamente contestuali e possono essere definite, in modo temporale, come `recenti´», ovvero comprese in una `finestra temporale «che, dal momento del trauma all’esecuzione dell’indagine radiologica o di diagnostica per immagini, è compresa entro 7-15 giorni». L’argomento lesioni era stato trattato dai periti della Corte dicendo che: «nella zona lombare non c’erano fratture recenti, ma solo un’ernia e gli esiti di una frattura del 2003, mentre nella zona sacrale, una frattura recente». Il motivo della frattura lombare recente non vista è, per il prof. Masciocchi, spiegato con «la forte sensazione che sia stato esaminato un tratto di colonna che include solo metà soma di L3 fino alla limitante somatica superiore di L5. In altri termini penso che sia stato tagliato il soma di L3». Relazione, quindi, che smentirebbe i periti della Corte d’Assise di Roma. Questi nuovi elementi potrebbero segnare una svolta nell’inchiesta bis, voluta espressamente dal procuratore Giuseppe Pignatone, che sta accertando anche il coinvolgimento di alcuni carabinieri nel pestaggio del ragazzo. Lo scorso ottobre però i giudici d’appello avevano ribaltato la sentenza per i medici, assolvendo tutti gli imputati. La Procura Generale e la famiglia Cucchi avevano così depositato ricorso in Cassazione, sollecitando una nuova inchiesta «per accertare eventuali responsabilità di persone diverse» da quelle già giudicate. Ilaria Cucchi ha ribadito: «Stefano è stato pestato probabilmente più volte e successivamente è morto in conseguenza di quei pestaggi». A dicembre è fissata l’udienza in Cassazione per scrivere la parola fine sulla posizione di medici, infermieri e agenti della penitenziaria; ma la speranza della famiglia è che gli elementi che hanno portato nell’inchiesta-bis, in aggiunta ai dubbi sollevati dai giudici nella sentenza d’appello possano portare a qualcosa di concreto.

  2. #452
    PinHead81
    ospite

    Predefinito Re: La storia di Federico

    Recente per modo di dire, ormai son già 6 anni

  3. #453
    Shogun Assoluto L'avatar di NoNickName
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    Predefinito Re: La storia di Federico

    "La famiglia in cambio della liquidazione di un milione e 340 mila euro da parte dell’ospedale Sandro Pertini, ha revocato la costituzione di parte civile in Appello nei confronti dei medici confermandola soltanto nei confronti dei tre agenti che secondo la famiglia avrebbero “ammazzato di botte” il povero Stefano."

    http://www.ilfoglio.it/articoli/2014...riche_c218.htm

  4. #454
    Vitor
    ospite

    Predefinito Re: La storia di Federico


  5. #455
    Vitor
    ospite

    Predefinito Re: La storia di Federico

    Mah. Attendiamo.
    Questi ora se ne escono con sta roba?

    “Mandolini s’è presentato che glie se stava a strigne il sederino. Lo volevano scarica’ come fosse ‘na valiggetta”. La “valiggetta” sarebbe Stefano Cucchi. A parlare è una carabiniera, che nei giorni dell’arresto del ragazzo era in servizio alla stazione di Tor Vergata, a Roma. Le sue parole, che il Fatto ha ascoltato e che sono depositate nell’inchiesta bis della Procura di Roma sulla morte del giovane, sono incise in una registrazione. Davanti all’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, il 14 maggio scorso la donna ha raccontato tutto ciò che sapeva sul caso. Nella sua deposizione – tutta da verificare – tira in ballo due figure: il comandante della stazione di Tor Vergata, luogotenente Enrico Mastronardi, (mai citato nell’inchiesta nè indagato) e il maresciallo Roberto Mandolini, che all’epoca dei fatti prestava servizio presso la stazione Appia e che ora è indagato– nell’ inchiesta bis – per falsa testimonianza. Non solo. La donna, insieme a un collega, racconta anche gli scontri interni alla caserma e un caso di verbali di arresto falsi. Solo accuse per ora, tutte da verificare.

    Le registrazioni dei testimoni – Ma partiamo dalla deposizione. “Ero in corridoio con il comandante – racconta la carabiniera –. Arrivò Mandolini, che non conoscevo, in evidente stato di agitazione e disse a Mastronardi che i carabinieri avevanomassacrato di botte un ragazzo”. Lei non conosceva Stefano Cucchi, nè lo sente nominare allora. Ricollega la faccenda una settimana dopo, quando il ragazzo muore. La donna poi aggiunge che Mandolini non fece i nomi di chi avrebbe “massacrato” Cucchi: “Credo quelli che avevano operato l’arresto. Disse che non si erano regolati, a livello fisico. Cercavano di scaricarlo, ma nessuno si prendeva la responsabilità di prenderselo conciato così”. I due, a detta della signora, si chiusero poi nell’ufficio del comandante.
    La versione della donna viene confermata dal collega che con lei era in servizio a Tor Vergata: entrambi hanno avuto problemi in quella caserma e da cinque anni non lavorano più lì. Il Fatto ha ascoltato anche questa deposizione registrata e depositata in Procura. Racconta l’appuntato: “Quel giorno si presentò con passo veloce e la faccia tesa. Gli chiesi: ‘Come stai?’. Mi disse: ‘I ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato, è successo uncasino’. Ho appreso solo dopo tramite i giornali che c’era stata la morte di Cucchi”. L’uomo tira in ballo – anche queste accuse da verificare – anche il figlio del comandante, maresciallo: “Parlando del caso Cucchi, una volta esploso, mettendosi la mano sulla fronte, scuoteva il viso come a dire: ‘Ho visto ‘sto ragazzo proprio male, massacrato di botte’. Non sono sicuro che facesse servizio a Tor Sapienza o là vicino. So che nella notte dell’arresto ha visto Cucchi”.
    Carte inquinate e beghe di caserma – I due carabinieri hanno deciso di parlare dopo le assoluzioni di secondo grado, nell’ottobre 2014. E raccontano anche altro. Non hanno lasciato la caserma con serenità, ma nelle registrazioni hanno parlato anche diinsulti e verbali di arresto falsi. Accuse di cui ora, dopo quella militare, potrebbe occuparsi la Procura ordinaria. Dice la donna: “Il rapporto di fiducia si è incrinato, perché lui (Mastronardi, ndr) pretendeva che io facessi dei verbali di arresto falsi: faceva comparire me rispetto all’agente operante”. La donna racconta di aver subìto insulti e sul collega aggiunge: “Lo stanno massacrando. Mastronardi pretendeva che facessi annotazioni di servizio rispetto a lui dicendo che è pazzo, violento. Mi sono rifiutata”.
    Anche il carabiniere racconta come i rapporti a Tor Vergata “si sono guastati quando ho cominciato a vedere atteggiamenti poco chiari. (…) Io mi sono visto messo in un verbale d’arresto quando ero a riposo”. Qui la storia si complica: il carabiniere – nell’ambito di un procedimento per ora poco chiaro – ha subito unaperquisizione. Contattato dal Fatto, Enrico Mastronardi ha ammesso di aver incontrato Mandolini, ma non gli avrebbe riferito nulla: “Qualora mi avesse riferito un qualsiasi reato, lo avrei trascinato direttamente dai magistrati. Questi signori possono dire quello che vogliono, ne risponderanno”.
    La perizia e gli interrogatori – Intanto in Procura nei mesi scorsi è stato convocato Mandolini che si è avvalso della facoltà di non rispondere. Anche Mastronardi è stato sentito. I Cucchi hanno consegnato una nuova perizia medico-legale sulla frattura della terza vertebra lombare, che per Anselmo era conseguenza del pestaggio ma secondo i periti della corte non c’era. Scrive il professor Carlo Masciocchi: “Le frattureriscontrate possono essere definite in modo temporale comerecenti o comprese in una finestra temporale entro i 7-15 giorni”. Ai periti del collegio sarebbe stata nascosta mezza vertebra: “Penso – scrive Masciocchi – che sia stato tagliato il soma di L3”.
    Ultima modifica di Vitor; 14-09-15 alle 23:23:07

  6. #456
    Vitor
    ospite

    Predefinito Re: La storia di Federico

    “Vi siete divertiti a picchiare Cucchi” Un’intercettazione incastra i carabinieri

    Il giovane fu pestato nella caserma Appia, dice la procura di Roma nella richiesta di incidente probatorio. In una telefonata la moglie di un militare accusa il marito: “Prima o poi arriveranno a voi…”

    ROMA – Stefano Cucchi sarebbe stato picchiato da tre carabinieri della stazione Appia, Francesco Tedesco, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, la notte del 16 ottobre del 2009. Malmenato forse fino a causarne il decesso. Per confermare questa ipotesi, il pm Giovanni Musarò ha richiesto al gip un incidente probatorio, una nuova perizia medico-legale sulle lesioni patite quella notte dal giovane romano. Ma non è tutto. La procura ha scoperto una serie di documenti falsificati per nascondere quello che accadde, dopo l’arresto di Cucchi per detenzione di stupefacenti, nelle due stazioni di Appia e Casilina.

    I militari, secondo la procura, appoggiati dal loro maresciallo Roberto Mandolini (indagato per falsa testimonianza assieme all’appuntato Vincenzo Nicolardi), avrebbero tentato di mescolato le carte. E spunta anche una telefonata che potrebbe incastrare i carabinieri e chiarire cosa avvenne quella notte.
    IL PESTAGGIO
    «Nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009 Cucchi fu sottoposto ad un violentissimo pestaggio da parte dei carabinieri del comando stazione Appia (…) Fu scientificamente orchestrata una strategia – scrive il pm Musarò nella richiesta d’incidente probatorio – finalizzata ad ostacolare l’esatta ricostruzione dei fatti e l’identificazione dei responsabili per allontanare i sospetti dai militari dellacaserma. Non si diede atto della presenza di D’Alessandro e Di Bernardo nella fasi dell’arresto. Il nominativo dei due militari non compariva nel verbale, pur essendo gli stessi pacificamente intervenuti. Fu cancellata ogni traccia del passaggio di Cucchi dalla compagnia Casilina per gli accertamenti foto segnaletici e dattiloscopici. Al punto che fu contraffatto con il bianchetto il registro delle persone sottoposte a foto segnalamento ». In particolare, dicono i magistrati, «si è appurato che l’annotazione relativa all’unico foto segnalamento nel registro per la giornata del 16.10.09 (quello di Misic Zoran) era stata eseguita sopra un’altra annotazione cancellata col bianchetto. Osservandola in controluce era possibile leggere Cucchi Stefano».
    LA TELEFONATA
    L’ex moglie di Raffaele D’Alessandro ha confermato in procura il contenuto di una telefonata intercettata durante le indagini:«Ricordo che Raffaele mi parlò di un violento calcio che uno di loro aveva sferrato al Cucchi. Preciso che Raffaele raccontava che il calcio fu sferrato proprio per provocare la caduta. Quando raccontava queste cose Raffaele rideva, e davanti ai miei rimproveri, rispondeva: “ Chill è sulu nu drogatu è merda”.
    E ancora la donna ha spiegato al pm ciò che allora le aveva confidato il marito: «Gliene abbiamo date tante a quel drogato… ».
    LO SCARICABARILE
    Vuotano il sacco due militari della stazione, Riccardo Casamassima e Maria Rosati. Raccontano agli inquirenti ciò che l’allora comandante dell’Appia, maresciallo Mandolini a ottobre del 2009, riferì a loro e alcomandante della stazione di Tor Vergata: «Il Mandolini mettendosi una mano sulla fronte mi disse: “È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato”. Poi si diresse verso l’ufficio del comandante della stazione, il maresciallo Enrico Mastronardi. All’interno dell’ufficio c’era anche il carabiniere Maria Rosati la quale ebbe modo di ascoltare qualche cosa in più. In particolare, come riferitomi dalla Rosati, Mandolini fece il nome dell’arrestato (Cucchi) e aggiunse che stavano cercando di scaricare la responsabilità sugli agenti della polizia penitenziaria».
    IL COMPAGNO DI CELLA
    Luigi Lainà, detenuto con Cucchi nell’ottobre del 2009, confida: «Dissi a Cucchi che se era stata la penitenziaria a ridurlo in quelle condizioni, noi avremmo fatto un casino. Cucchi mi rispose che era stato picchiato dai carabinieri all’interno della prima caserma da cui era transitato nella notte dell’arresto. Aggiunse che era stato picchiato da due carabinieri in borghese, mentre un terzo, in divisa, diceva agli altri due di smetterla».
    Articolo intero su La Repubblica del 12/12/2015.

  7. #457
    Frappo
    ospite

    Predefinito Re: La storia di Federico

    sticazzi

    sarà contento quello che cantava "tu scendi dalle stelle" col Chiwaz
    Ultima modifica di Frappo; 12-12-15 alle 15:39:45

  8. #458
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    Predefinito Re: La storia di Federico

    Se è vero, spero che facciano una brutta fine.

    Che vergogna.

  9. #459

    Predefinito Re: La storia di Federico

    Mamma mia che schifo.

  10. #460
    Chiwaz
    ospite

    Predefinito Re: La storia di Federico

    Diosanto che schifo.
    Chillu sulu drugato sto cazzo. Spero finiscano in galera con le guardie girate dall'altra parte.

  11. #461
    PinHead81
    ospite

    Predefinito Re: La storia di Federico

    La merda sotto pare mille volte più voluminosa di quanto ipotizzato, madonna. Nemmeno la cronologia di cesarino fa così cagare.

  12. #462
    Il Puppies
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    Predefinito Re: La storia di Federico

    Se qualcuno ha sbagliato giusto che paghi. Massacrare una persona senza motivo è barbarie.

    Certo prima bisogna capire cos'è successo veramente prima di puntare il dito verso chicchessia. Di cose strane ce ne sono fin troppe.

  13. #463
    Vitor
    ospite

    Predefinito Re: La storia di Federico

    Aldrovandi, agli agenti 2 milioni di sconto

    La Corte dei conti in appello «ribalta» la sentenza: risarciranno «solo» 150 mila euro al Viminale

    Una sentenza «contabile» che, nella sostanza, ribalta quella penale passata in giudicato; un verdetto che annulla quasi del tutto la richiesta di risarcimento che pesava sui quattro poliziotti; ma soprattutto una decisione che piomba come una scure anche sul ministero dell’Interno. Ieri, infatti, la seconda sezione d’appello della Corte dei conti ha deliberato sugli indennizzi che gli agenti condannati per il decesso di Federico Aldrovandi, morto nel settembre del 2005 dopo essere stato sottoposto ad ammanettamento e blocco a terra, dovranno versare al Viminale. E il pronunciamento ha del clamoroso. Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, questi i nomi dei quattro poliziotti, dovranno, infatti, rimborsare il ministero dell’Interno, che aveva risarcito con quasi 2 milioni di euro la famiglia Aldrovandi affinché si ritirasse dalla parte civile dopo il primo grado, con soli 150mila euro.

    A fronte del milione e 800mila euro (467mila euro a testa) chiesto inizialmente dalla procura presso la Corte dei conti. Per capire la portata dirimente della sentenza dei giudici contabili, che pesa soprattutto sul Viminale, è necessario ricostruire i fatti. È il 2 febbraio del 2014 quando, dopo la condanna definitiva per omicidio colposo dei quattro agenti, nel frattempo arrestati e poi sospesi, la procura regionale della Corte dei conti dell’Emilia Romagna formalizza l’ipotesi di danno patrimoniale: 1 milione 870mila euro. Pochi mesi dopo per i poliziotti scatta anche il sequestro conservativo di un quinto dello stipendio e dei beni mobili e immobili. Ma il 27 marzo del 2015 giunge la prima decisione sorprendente dei giudici contabili, che stabiliscono un risarcimento totale di 560mila euro: 224mila Pontani e Pollastri, 56mila Forlani e Segatto. In sostanza il 30 per cento dei quasi 2 milioni chiesti dalla procura. Quello stesso giorno l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Aldrovandi, parlerà della «indubbia responsabilità del ministero dell’Interno in tema di mancata preparazione, organizzazione e formazione degli agenti». E Marco Zincani, difensore di Pontani, Pollastri e Forlani, dopo aver premesso che per i giudici la responsabilità «è al 70 per cento in capo al Ministero», spiega che il problema è da rintracciare «nelle tecniche di addestramento e di ammanettamento a terra». Un punto sul quale poco tempo dopo, mostrando il video del manuale, si sofferma il sindacato autonomo di polizia, secondo il quale la leva col braccio e le ginocchia sulla schiena di un soggetto con il ventre a terra «sono descritte nel manuale di addestramento della polizia» e codificate dal Ministero. Tecniche «pericolose, violente e che provocano asfissia posturale».

    Per il Sap, dunque, i quattro agenti «seguirono diligentemente il protocollo». Anzi, il loro intervento fu persino «più morbido» rispetto a quanto previsto dal protocollo per l’ammanettamento. È di fronte a queste argomentazioni, asse portante in appello, che si è trovata ieri la Corte dei conti quando ha deciso di ridurre i risarcimenti ad appena 150mila euro: 16mila ciascuno Forlani e Segatto e 67mila a testa Pontani e Pollastri. Raggiunto al telefono da Il Tempo, l’avvocato Zincani spiega innanzitutto che nell’accoglimento dell’istanza di definizione agevolata decisa ieri dai giudici contabili, «dopo la riduzione del 70% dei risarcimenti avvenuta già in primo grado, c’è stato un ulteriore abbattimento del 70%. Ciò dimostra che tutte le nostre valutazioni iniziali, legate alla distribuzione delle responsabilità, fossero fondate». Secondo il legale, dunque, «se in primo grado era stata riconosciuta la responsabilità concorrente dello Stato in fase di predisposizione delle tecniche di ammanettamento, e sono stato il primo a evidenziare come queste tecniche siano criminogene in sé, in appello la Suprema Corte ha certamente valutato, oltre agli stessi elementi portati nel primo processo, anche il fatto che l’accordo transattivo tra lo Stato e la famiglia Aldrovandi era stato concluso in assenza degli imputati». L’avvocato dei tre agenti, infine, pone la sua attenzione su altri due elementi: «Innanzitutto sul fatto che lo Stato italiano ha pagato quasi 2 milioni di euro indebitamente, o se non altro con evidente sproporzione rispetto alle reali responsabilità, e poi che la diversificazione degli importi decisa per due volte dalla Corte dei conti scardina completamente il teorema dell’accusa penale, che riteneva paritarie tutte e quattro le posizioni».

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