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Discussione: La Biblioteca di BackStage

  1. #1
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    Predefinito La Biblioteca di BackStage

    MANIFESTO

    Questa è la Biblioteca di Back Stage.
    Qui non si discute, qui non si fanno dibattiti; questo è un luogo del silenzio, un contenitore senza fondo da dove attingere idee, spunti, riflessioni da utilizzare negli altri spazi del forum.
    Questo topic si propone a pilastro della dialettica che gli utenti di BackStage coltivano.
    La Biblioteca di BackStage non è impermeabile all'intervento dei suoi visitatori, se i commenti qui non sono ben accetti non significa che il vostro impegno non possa essere presente, esso è anzi fondamento di questo luogo. Chi partecipa a quest'impresa reputa l'istruzione e la cultura quali elementi essenziali per l'uomo, crede che tutto ciò in grado di arricchire l'animo umano abbia un valore intrinseco, e quando questi "tesori" assumono la forma di testi sa che suo compito è preservarne la conoscenza e contribuire alla loro diffusione, affinchè tutti possano maturare leggendoli.
    Tutti gli utenti potranno qui trovare lo spazio dove postare articoli, opinioni, dossier, e altri testi che li hanno fatti riflettere, hanno fatto aprire loro una nuova finestra sul mondo, li hanno, insomma, resi più istruiti alla vita.
    BackStage predilige i fatti di attualità, ma i suoi utenti sono soliti evolvere le discussioni circa avvenimenti quotidiani in dibattiti caratterizzati da colti interventi, che quasi sempre ripropongono l'attualità all'ombra di problematiche ben più complesse. E' quindi essenziale che quanto si deciderà di condividere nella "Biblioteca" venga selezionato sia per l'originalità sia per la serietà di ciò che è trattato.

    Qui troverete ciò che avrete dato.


    INDICE


    1) Berlino: la caduta del muro [Arnold Esch]
    2) estratto da 'il gelo' [Thomas Bernhard]
    3) Il Triste Bosco della disinformazione [Tullio Regge]
    4) Bush l'africano un presidente tutto da scoprire [l'Eco di Bergamo; 9/7/2003]
    5) METTERE LE MANI SULLA LIBERTA', intervista a Massimo Cacciari
    6) massima di Isaac Asimov
    7) Stallman: puoi fidarti del tuo computer? [Richard Stallman]
    8) Possiamo mettere fine agli allegati Word [Richard M. Stallman]
    9) La grazia ad Adriano Sofri (31 anni dopo) [Stefano Folli]
    10) La nostra parte [quaderno speciale di Limes; settembre 2001]
    11) Estratto del Milione [Marco Polo; il Milione; XXI]
    12) SE BASTASSE UN SORRISO...[Quattroruote; Dicembre 2002]
    13) Sondaggio sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni [ http://www.agcom.it/sondaggi/dox/ISPO_18 _11_02.doc]
    14) D'estate i piccoli Neroni crescono [Vincenzo Tessandori]
    15) "Le armi della Persuasione"; Principio Nr. 6: L’autorità [Robert Cialdini]
    16) Applausi ai funerali: la banalità di un tempo che ignora il Dies irae [Paolo Zolli]
    17) La scomparsa dell'Italia industriale [Pier Luigi Tolardo]
    18) Il caso Sokal [Federico Pedrocchi]
    19) Vita e miracoli dell’uomo che mette un freno a Vale e Schumi [ALBERTO BOMBASSEI]
    20) Dal prologo de "La nuova strada" [Ferdinando Adornato]
    21) I meccanismo di Disimpegno Morale [?]
    22) Storia della Turchia [www.relazioninternazionali.it]
    23) CHE FINE HA FATTO DIO? [Piergiorgio Odifreddi]
    24) Cos'è il Software Libero?[Free Software Foundation - Europe]
    25) UBU BAS [Dario Fo]
    26) Depressione da Natale: non sentitevi in colpa [Stefano Pallanti]
    27) Guernica, la verità dietro la leggenda [Vittorio Messori]
    28) Consigli letterari e 29)
    30) Perché le democrazie dicono bugie [Sergio Romano]
    31) ''collaborazionisti'' [Lanfranco Caminiti]
    32) Il Paese, le riforme e i riflessi corporativi [Piero Ostellino]
    33) Il Sogno di Osama[ Editoriale "limes"; volume 1 anno 2004]
    34) L'America impari da Lawrence d'Arabia [John Hulsman]
    35) Anarchia [Errico Malatesta]
    36) Consigli letterari
    37) 25 aprile [www.cronologia.it]
    38) Come si diventa il Numero Uno [Fabrizio Maronta e David Polansky]
    39) ETICA E LEGALITÀ [prof. GIAN LUIGI FALABRINO]
    40) Il sentimento della fine e la percezione romana dei barbari [Claudio Azzara]
    41) “Introduzione” alla redazione definitiva de “Apologia della storia, o Mestiere di storico” [Marc Bloch; Biblioteca Einaudi]
    42) Navigando tra libri e computer UN DIALOGO FRA ECO E CHARTIER [ENRICO REGAZZONI]
    43) L'occidente e le origini del "metodo scientifico" [Francesco D'Agostino]
    44) introduzione alla Storia della Filosofia Occidentale [Bertrand Russell]
    45) Che sbaglio fu non capire Khomeini [Bianco Pialuisa]
    46) POSCRTTO alla Storia d'Italia Vol.XII (1993-1997) [Indro Montanelli]
    47) Appunti di Geopolitica [Luciana Ziruolo]
    48) TESTAMENTO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
    49) Nanchino, un massacro che divide ancora oggi
    50) Ipotesi sulle cause e gli obiettivi del terrorismo
    51) Diffusione delle idee illiberali nel mondo accademico e altro

  2. #2
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Berlino: la caduta del muro [Arnold Esch]


    Nelle fiabe e nelle saghe vi è un tema ricorrente: uomini vengono rapiti al presente da un sonno di piú secoli, e al risveglio non riconoscono il mondo nel frattempo mutato. Nel nostro presente sembra sia già sufficiente il sonno di una notte per ritrovare mutato il mondo, al primo sguardo ai giornali del mattino. Nell'autunno del 1989, l'accelerazione mozzafiato degli eventi ha non solo fatto si che i contemporanei avvertissero turbati e commossi i cambiamenti avvenuti nel mondo ma ha anche provocato un'onda di riflessioni che si evince dagli innumerevoli articoli sull'argomento, dalle conversazioni quotidiane di uomini che altrimenti non si sarebbero dati alcun pensiero della storia. L'esperienza del presente infatti, dava la sensazione di vivere non un semplice avvenimento, ma la storia stessa. A quest'affascinante esperienza meno di tutti può sottrarsi lo storico: per lui è come osservare l'oggetto dei suoi studi nel suo stesso farsi; è come se questo tempo gli insegnasse a comprendere processi che nel passato non gli è possibile cogliere allo stesso modo. Egli è persino tentato di guardare al proprio presente come se già fosse storia.

    Mentre dall'esperienza dei quattro decenni trascorsi la storia appariva un processo controllabile, di cui era possibile calcolare la dinamica, come, per così dire, il semplice risultato dell'agire dei politici, adesso sembra agli uomini che la storia si sia resa autonoma, e dopo aver ristagnato per un quarantennio, rompendo gli argini, si sia improvvisamente abbattuta su di loro: non la storia fatta dai politici, ma la storia stessa, dietro cui la politica si affanna trafelata. [...]

    Il mutamento si può dunque toccare con mano: tanto piú che esso, diversamente da quanto avveniva con i precedenti mezzi di diffusione delle informazioni, viene su di noi quotidianamente riversato attraverso i mass-media. Prima eravamo soliti notare l'invecchiamento dei giornali tutt'al più a distanza di un anno - allorché scartando gli addobbi dell'albero di Natale l'occhio cadeva sorpreso sulle notizie e i commenti dei giornali del Capodanno precedente; oggi la raccolta mensile della carta è già sufficiente per aver coscienza della distanza storica quando lanciamo un ultimo sguardo fugace ai titoli delle pagine. [...]

    Come sarà documentato in futuro questo mutamento nei musei storici? Un osservatore vedrà solo oggetti, resti del passato, e non percepirà piú i processi storici, che si manifestarono agli occhi dei contemporanei tangibili nella semplice vicinanza dell'"ancora" e del "già": ancora il bastione fortificato che segnava ì confini della Rdt corre attraverso il paesaggio, ma già appare come doveva mostrarsi, nella Germania del secolo III, il limes romano in rovina. Ancora si vedono emblemi e uniformi della temuta armata della Rdt - ma solo sulle bancarelle della Porta di Brandeburgo. Si, su queste bancarelle si vedono in vendita - toccante esperienza, che segna profondamente la coscienza di ciascuno, indipendentemente dal suo credo politico - le uniformi complete di ufficiali russi, come se un Impero mondiale venisse venduto al ribasso. In futuro, come potrà chi non ha piú in sé questa tensione tra "ancora" e "già", tra "prima" e "dopo", comprendere a posteriori quel che abbiamo percepito? Noi storici sappiamo quale violenta trasformazione avvenne nel secolo XI ma difficilmente comprenderemo fino in fondo come gli uomini la percepirono allora, e solo in modo indiretto possiamo rendere accessíbile (come, proprio per il secolo XI, hanno fatto eminenti medievisti) quale brusco mutamento di prospettiva sia sopraggiunto: un mutamento di prospettiva paragonabile all'odierno, che forse, senza che ce ne accorgiamo, senza che lo vogliamo, investirà anche noi e storicizzerà il piú recente passato, che or ora ancora percepivamo come il nostro presente: sarà storicizzato piú in fretta di tutti i precedenti decenni. E proprio il ritmo mozzafiato di questo «processo accelerato» (acob Burckhardt) che ci turba tanto. E' come se vedessimo ingiallire la carta su cui descriviamo questi avvenimenti. [...]

    Il fatto che si creda di vivere una fase storica e di percepirne per una volta il divenire, dipende tuttavia anche dal brusco e inaspettato cambiamento di rotta di cui si è detto. Non è stata l'imprevedibilità in quanto tale a colpirci. Nella storia tante cose sono imprevedibili: l'impossibilità di antevedere il futuro va considerato tra i presupposti essenziali dell'esistenza umana, e chi a questo riguardo si illude, suscita in noi piú derisione che ira. Si rilegga per esempio ciò che nel 1965 era annunciato per i due decenni successivi - ma soprattutto ciò che non lo era: non il 1968, non la crisi petrolifera, non il buco nell'ozono, non la manipolazione genetica. Non Gorbaciov. Quando i pronosticatori furono nuovamente intervistati due decenni dopo, ammisero francamente di essersi sbagliati. Richiesti di nuovo, in conclusione dell'intervista, di pronostici per il futuro, si lasciarono andare, solo con grande prudenza, ad asserzioni che oggi, dopo cinque anni, già non sembrano propriamente chiaroveggenti.

    Gli sviluppi rivoluzionari sono tali proprio perché non lasciano scorgere in anticipo la direzione che prenderanno: e proprio perciò essi vengono designati in tal modo. La storia non scorre nell'unico modo che gli uomini sono in grado di vedere: secondo un semplice moto rettilineo. Anche ai nostri giorni essa si è sottratta a ogni previsione, impenetrabile a ogni sguardo di profeta. Credevamo di conoscere il secolo XX, che appariva concluso ai nostri occhi. Ora tutto questo secolo - e non solo l'ultimo decennio - si va trasformando. [...]

    Per lo storico è assai istruttivo vivere non solo un'età di rapidissimo sviluppo, ma anche l'indeterminatezza di una situazione storica, prima cioè che i suoi contorni si delineino in forma definitiva. Così dall'interno, esperirà di rado la dinamica storica. In seguito, potrà interrogare se stesso come testimone - si, gli si potrà chiedere, appellandosi alle sue stesse competenze: Tu che sei uno storico, da quando avevi una spiegazione del fatto che qualcosa si stava mettendo in moto? Da quando potevi inquadrarlo? A questo proposito, s'intende, lo storico non potrà dare risposte giuste - ma almeno dovrebbe cercare di porre domande giuste. [...] All'incirca Quando si è universalmente affermata l'opinione che questo processo fosse irreversibile? Piú precisamente: fino a quando questa irreversibilità, presto conclamata, era ancora dubbiosa speranza? Da quando gioiosa certezza? Donde è venuta agli uomini questa certezza (che ha poi ulteriormente accelerato lo sviluppo)? Da quando divennero sicuri che l'Armata rossa non sì sarebbe mossa, che la dottrina brezneviana era realmente morta? Ancora piú precisamente: da quando gli opportunisti - sicuro indizio che la barca cominciava ad affondare - cominciarono a prendere prudenziali distanze?

    Ci si chiederà inoltre da che cosa i contemporanei, tra stupore e sbigottimento, ricavarono l'impressione che gli eventi avessero acquisito una dinamica propria. Ed infine, piú in generale, che cosa induce improvvisamente gli uomini a credere ciò che per decenni non hanno creduto: che le cose da sole tendano a fini sconosciuti, se una decisa e avveduta politica non le imbriglia nuovamente?

    L'esperienza del presente è inoltre istruttiva per lo storico perché egli può percepire l'atmosfera che circonda gli eventi. Certo egli saprà sempre difendersi dall'asserzione secondo cui può comprendere correttamente un'età e descriverla solo colui che l'ha vissuta di persona - ché altrimenti egli che non ha conosciuto Cesare, non ha ascoltato Abelardo non ha guerreggiato contro Napoleone, dovrebbe rinunciare a priori al suo mestiere. Arricchito dall'esperienza di un presente drammatico, potrà invece comprendere piú precisamente che cos'è I"'atmosfera", esperienza di solito a lui preclusa dalla lontananza dei tempi. Quell'"atmosfera" che aleggiava nell'euforia della notte in cui cadde il muro di Berlino, di quella notte colma di nuova, inconsueta libertà [...]. Ma lo storico apprenderà che a tale notte segue un giorno grigio, prosaico, con i suoi affanni; in breve, che anche una rivoluzione (nel caso che anche in seguito la si designarerà come tale) deve infine adattarsi all'ordine della quotidianità. Inoltre farà l'esperienza del fattore tempo e delle sue costrizioni, di cui non sempre egli tiene sufficientemente conto nell'analisi degli avvenimenti passati; comprenderà che non resta affatto tempo ad libitum per ponderare decisioni, che comunque, in un modo o nell'altro, devono esser prese (ma anche questa accelerazione non è in fin dei conti opera dell'uomo?). Intenderà che nella vita quotidiana di una comunità, la legittimità può essere un problema pratico, legato a nuove situazioni, a compiti del tutto sconosciuti, anzi fino allora inconcepibili, e che non è solo un astratto problema del diritto pubblico. [...].

    Tra le poche congetture che è possibile avanzare con qualche sicurezza, è la fondata ipotesi che il 1989 verrà considerato anche in futuro una cesura epocale e che gli storici del domani separeranno con essa due età, le cui denominazioni attendiamo con curiosità: in effetti è il corso della nostra vita che gli storici divideranno fra due diverse epoche. E' inoltre prevedibile che intorno a questo evento si formerà una generazione non nel senso biologico di ritmo trentennale, ma nel senso storico di individui che, con comuni ricordi e prospettive, si raccolgono e direi quasi si coagulano attorno al nucleo di un evento costitutivo, così importante e vincolante che ciascuno finisce con l'assumerlo spontaneamente anche per scandire i tempi della propria esistenza. Ogni tedesco ricorderà sempre dove e in quali circostanze ha appreso la notizia della caduta del muro di Berlino - sicuro indizio di quanto quest'evento ci abbia personalmente colpito. Poi, a ritroso fino alla precedente giuntura generazionale, si sonderanno e rintracceranno le esperienze comuni di una generazione che ha reso possibile un Gorbaciov.

    Fatti simili, che sedimentano profondamente nella memoria collettiva di una generazione, non sono numerosi. Tuttavia è certo che l'impulso del 1989, comunque vada, sarà tra essi; e piú precisamente, la generazione che ha conosciuto la contrapposizione dei due sistemi prima del 1989 (che è già presente nella coscienza di un ventenne, avvicinandolo alla generazione dei genitori) si stratificherà diversamente dalla generazione che non ne avrà avuto esperienza diretta. Per questa nuova generazione, di cui alcuni membri già vivono tra noi, la cesura epocale del 1989 apparterrà fin dall'inizio al passato, ed essa guarderà, con altra prospettiva, al nostro presente, in modo nuovo, forse "piú corretto", ma comunque diverso.

    [A. Esch, Storia in fieri: lo storico e l'esperienza del presente, in Società, istituzioni spiritualità. Studi in onore di Cinzio Violante, Cisam, Spoleto 1994, trad. di R. Delle Donne,]

  3. #3

    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    La pratica d'ospedale non sta solo nell'assistere a complicate operaziorn intestinali, nell'incidere peritonei, nel pinzare lobi polmonarí, nell'amputar piedi, non sta davvero soltanto nel chiuder gli occhi ai morti o nel tirar fuori bambini per farli venire al mondo. La pratica d'ospedale non è soltanto questo: buttare con noncuranza nel secchio smaltato gambe e braccia intere o tagliate a metà. Non sta nel continuare a correr dietro come un cretino al primario e all'assistente e all'assistente dell'assistente, far parte del codazzo durante le visite. Né può consistere solo nel nascondere la verità ai pazienti e nemmeno nel dire: «Il pus naturalmente si scioglierà nel sangue e Lei sarà completamente guarito». O in centinaia d'altre simili fandonie. Nel dire: «Andrà tutto bene!» - quando non c'è più nulla che possa andar bene. La pratica d'ospedale non serve soltanto a imparare a incidere e a ricucire, a far fasciature e a tener duro. La pratica d'ospedale deve anche fare i conti con realtà e possibilità extracorporee. Il compito che mi è stato affidato di osservare il pittore Strauch mi costringe a occuparmi di questo tipo di realtà e di possibilità. A esplorare qualcosa d'inesplorabile. A scoprirlo sino a un certo sorprendente grado di possibilità. Come si scopre un complotto. E può darsi che l'extracorporeo - e con questo non intendo l'anima - che cioè quel che è extracorporeo senza essere l'anima della quale non so proprio se esista, anche se mi aspetto che esista, può darsi che a questa ipotesi millenaria corrisponda una millenaria verità; può benissimo darsi che l'extracorporeo, vale a dire quel che è senza cellule, sia proprio ciò da cui trae la sua esistenza il tutto e non viceversa, e che non sia semplicemente l'uno conseguenza dell'altro.

    [da Thomas Bernhard "Il gelo", 1963, ed. Einaudi]

  4. #4
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Il Triste Bosco della disinformazione (di Tullio Regge; Le Scienze luglio2003)

    Molti colleghi avranno ricevuto il documento SIGA GM 2002, della Società italiana di genetica agraria, dedicato alle agro-biotecnologie, vedi OGM. Il documento è improntato a nero pessimismo, e non a torto. Riassumo alcuni passi di alto interesse. Una ricerca commissionata dalla Commissione europea (Public Perceptions of Agricultural Biotechnologies in Europe) ha rivelato che in Europa (Italia inclusa) l'atteggiamento negativo nei confronti degli OGM discende dalla sfiducia che ilpubblico ha nella capacità degli organi preposti a fronteggiare gli eventuali pericoli che potrebbero derivare dal loro uso. Persiste inoltre una diffusa sfiducia nella ricerca scientifica in campo biologico, soprattutto in quello agro-alimentare, vedi cibo «Frankenstein». L'indifferenza o peggio ancora la pavidità del mondo politico nei riguardi delle nuove tecnologie è una palla al piede della nostra economia e una conseguenza diretta della mancanza di una corretta informazione scientifica.
    Il telefonino gode invece di popolarità indistruttibile: ho assistito recentemente a Orvieto all'arrivo in Piazza del Duomo di una splendida Ferrari pilotata da un giovin signore voglioso di gelato. L'auto è stata subito presa d'assalto da una folla di estatici giovanotti ben forniti di costosi cellulari che ne spedivano in tempo reale l'immagine alle fidanzate; una scena degna di Fellini.
    Ma anche in questo settore regna la disinformazione. Il telefonino non si tocca ma la colpa ricade ora sulle antenne: spargono elettrosmog. Nessuno vuole avere nelle vicinanze una antenna ripetitrice e meno che mai sul tetto di casa. Ben pochi sanno che l'emissione che potrebbe avere qualche effetto nocivo è quella del cellulare, per sua natura sempre appiccicato alle orecchie, emissione che aumenta con la distanza del ripetitore. Conviene quindi averlo vicino: diminuiscono i consumi e le batterie durano più a lungo. Parole al vento.
    In compenso nessuno pare accorgersi dei danni del fumo; un ambientalista che si rispetti li ignora o li considera leggenda non metropolitana bensì tecnologica. 1 popoli del terzo mondo soffrono la fame? Guai a citare gli immensi territori di tutto H mondo coltivati a tabacco e sottratti all'alimentazione, i cinque milioni di decessi all'anno causati dal fumo oppure quel presidente dello Zambia che nega gli OGM ma non le sigarette ai sudditi affamati. Chi lo fa passa per bieco scientista e tecnologo che usa il fumo per distrarre l'attenzione dagli OGM.
    Il costo dell'ignoranza e della disinformazione è reale, e pesa come un macigno sulla società e sull'ambiente. La gestione del patrimonio boschivo è passata dallo Stato alle Regioni e da queste a sindaci incompetenti con risultati devastanti. Una dissennata politica di gestione «naturale» di quanto rimane delle nostre foreste produce ora danni irreversibili. In molte Regioni è vietato ripulire il sottobosco dai detriti infiammabili, chi lo fa rischia una multa salata: il toccare il bosco è ora atto ille~ gale e contro natura. Le statistiche dei voli dei Canadair, gli aerei antincendio, parlano invece chiaro. Negli ultimi tre anni gli interventi, alcune migliaia all'anno, sono concentrati quasi tutti nel Centro-Sud. Si registrano invece zero interventi nel Trentino-Alto Adige e uno solo nel Friuli Venezia Giulia, regioni dove da secoli e a livello popolare ci si prende seriamente cura delle foreste. Qualcuno vuole un ritorno al Medioevo.

  5. #5
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Un libro che mi ha arricchito molto:

    "Gli otto peccati capitali della nostra civiltà" di Konrad Lorenz

  6. #6
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Bush l'africano un presidente tutto da scoprire

    George W. Bush è il primo presidente repubblicano degli Stati Uniti che compie una missione istituzionale nell'Africa sub-sahariana. Prima di lui soltanto Bush padre aveva messo piede nel continente da capo di Stato repubblicano, ma solo per incontrare le truppe americane di stanza in Somalia nel corso della malaugurata «Operazione Restore Hope». Eppure Bush figlio è il presidente degli Stati Uniti che più sta facendo per l'Africa nera. La cosa non è necessariamente entusiasmante, ma è la pura verità: Bush ha annunciato un programma da 15 miliardi di dollari (dieci volte di più del programma precedente) per combattere l'Aids nel mondo, che beneficerà principalmente l'Africa; ha stabilito di aumentare del 50 per cento nel giro di tre anni, dai 10 miliardi di dollari attuali a 15 nel 2006, la cifra totale degli aiuti ai Paesi poveri, e anche in questo caso il grosso dell'aumento (denominato «Millennium Challenge Account») andrebbe agli sfortunati Paesi africani; ha esteso al di là della scadenza fissata i benefici commerciali dell'African Growth and Opportunity Act, la legge pro-Africa varata ai tempi di Clinton che permette a una trentina di Paesi africani di esportare i propri prodotti tessili in America senza pagare nessun dazio; infine sta cedendo alle pressioni dei Paesi africani e dell'Onu affinché gli Stati Uniti prendano la guida della missione militar-umanitaria che dovrebbe riportare la pace nella Liberia devastata dalla guerra civile.

    Molti dei lodevoli programmi di Bush sono ancora allo stato di buone intenzioni, e non è affatto certo che mettere ingenti somme a disposizione dei governi africani sia il miglior modo di aiutare l'Africa, ma non c'è dubbio che si tratta di un'inversione di tendenza significativa rispetto al disinteresse dei Paesi ricchi per i drammi dell'Africa, che ha caratterizzato gli ultimi anni. Analisi e illazioni sui motivi che animerebbero la svolta filantropica di un presidente che finora ha condotto una politica estera all'insegna della potenza abbondano. Alcuni sottolineano l'esigenza di Bush di strappare al candidato del partito democratico alle prossime elezioni presidenziali una quota di voto afro-americano, tradizionalmente destinato nella quasi totalità al candidato di tale partito: ancorché piccolo, uno spostamento di voti afro-americani a favore del presidente uscente potrebbe risultare decisivo per la sua rielezione. Altri evidenziano la nuova strategia Usa sulle forniture energetiche, che ha l'obiettivo di ridurre la dipendenza dai fornitori politicamente ostili o poco affidabili, come il Venezuela di Chavez e l'Arabia Saudita doppiogiochista e infiltrata da Al Qaeda. Walter Kansteiner, il sottosegretario Usa per gli affari africani, ha annunciato che entro il 2005 il petrolio africano passerà dal 15 al 20% dell'import petrolifero Usa, dopodiché la sua incidenza «continuerà a crescere rapidamente e marcatamente». Angola e Nigeria (una delle mete del viaggio di Bush) sono i Paesi che si avvantaggeranno di più della nuova politica, ma anche piccoli Stati come la Guinea Equatoriale e l'isola di San Tomé.

    Una terza chiave di lettura chiama in causa la minaccia terroristica: i fragili Stati africani, alcuni dei quali da anni sono privi di governo in tutto o in gran parte del loro territorio (Somalia, Congo Kinshasa, Liberia, Costa d'Avorio, Centrafrica), sembrano candidati ideali alla trasformazione in «santuari» del terrorismo islamico sul modello dell'Afghanistan dei Talebani. Per impedire questa evoluzione gli Usa deciderebbero di rafforzare la loro presenza sul continente. Tutte queste interpretazioni contengono un po' di verità, ma il fattore più importante della nuova politica Usa verso l'Africa è probabilmente un altro: l'Amministrazione Bush ha deciso di perseguire l'edificazione di un nuovo ordine internazionale incentrato sull'egemonia degli Stati Uniti, alternativo a quello delle Nazioni Unite, ed è consapevole che per raggiungere questo obiettivo non basta la potenza (Afghanistan, Iraq), ma serve pure il consenso. Questo sarà conquistato il giorno in cui gli Usa riusciranno a dimostrare che la loro ricetta per l'ordine internazionale è più efficace del «multilateralismo» invocato dall'Europa e dall'Onu. L'Africa è un banco di prova di questa strategia. Bush vuol farne il primo continente di grandi manifestazioni popolari pro-americane.

    [l'eco di Bergamo; redazionale; 9/7/2003]

  7. #7
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Piccola premessa, che però non corrompe la natura di questo post.


    Invito caldamente chi fosse interessato all'argomento a leggersi questa

    http://www.leuropachevogliamo.it/notizie /20020606atti.htm

    trascrizione di un intervento di una delle tante conferenze tenuta da Cacciari in merito alla questione Globalizzazione (non storcete il naso...). E' lunga (davvero lunga) ma intelligente. Perfino sorprendente.

    In realtà avrei voluto postare il testo dell'URL sopra segnalato, ma mi pare di lunghezza eccessiva. Ma voi non spaventatevi e cliccatelo.


    =========================
    METTERE LE MANI SULLA LIBERTA', intervista a Massimo Cacciari
    (da "L'Indice" n° 10 - ottobre 2001)

    "Duemilauno. Politica e futuro" (Feltrinelli, 2001) è un libro nel quale Massimo Cacciari, a colloquio con Gianfranco Bettin, ragiona sulla crisi del nostro tempo e sui grandi problemi d'identità e di azione politica che sfidano oggi la ricollocazione dell'"homo democraticus". La globalizzazione, la sicurezza, il multiculturalismo, l'innovazione tecnologica, il lavoro, i partiti, la Rete, diventano occasione per una riflessione disincantata ma non pessimista.

    Professor Cacciari, la drammatizzazione della realtà in questi giorni pare segnare davvero una sconfitta della politica, forse anche l'annuncio di una sua fine.
    No, certamente non la fine. Piuttosto, la detronizzazione della politica.

    Ma nelle società democratiche la "detronizzazione" comporta il rischio di un'asfissia della democrazia.
    Sì, ma questo processo mi pare che vada definito come un declino del Politico verso una prepotente supremazia del Tecnico e dell'Economico. Però starei ben attento a credere che la depoliticizzazione della società e delle sue norme sia un prodotto dell'avvento digitale e di Internet. La visione di un tramonto della politica - o della sua "inutilità - è essenzialmente politica, e fa comunque parte di una corrente del pensiero europeo che si esprime compiutamente già all'inizio dell'Ottocento, nell'ambito della elaborazione del pensiero liberale.

    Però quel processo avviene ora in un contesto che ne modifica, inevitabilmente, la natura e soprattutto l'identità ideologica.
    L'ipotesi della depoliticizzazione è sorretta da una precisa volontà politica. Vorrei dire che far passare l'immagine dello Stato come macchina organizzativo-burocratica, declassando la politica al ruolo di una amministrazione ("efficienza, nell'interesse del cittadino"), è il messaggio più forte che viene comunicato da questa volontà.

    Quindi non più conflitti, ma l'armonizzazione efficientista all'interno di un "pensiero unico".
    Parlavo, infatti, della nuova supremazia del Tecnico e dell'Economico. Scientificizzazione e burocratizzazione riducono. fino ad annullarlo, lo spazio della politica. E se i grandi drammi del secolo scorso avevano ridato spazio e qualità al confronto, al conflitto ideologico, alla contrapposizione schmittiana amico/nemico, dopo l'89 questo spazio si chiude.
    Non è che la storia finisca, come dice invece Fukuyama; la storia piuttosto celebra un vinto e un vincitore.

    E in questo spazio ridotto, prevale una nuova identità dello Stato.
    Prevale una concezione che subordina la politica, spoliticizzandola, alle infinite meraviglie che offre la tecnologia. La depoliticizzazione è immanente all'idea stessa dello Stato contemporaneo, il cui fine è la costituzione di una struttura tecno-burocratico-razionale dove i cittadini siano isolati - chiusi ciascuno nel proprio "particolare" - e tutti i corpi intermedi siano soltanto organizzazioni sindacali d'interesse o strutture che non disturbino l'efficienza produttiva dello Stato.

    Siamo già avanti, su questo percorso?
    Si insedia una forma di capitalismo autopropulsivo che trova la propria legittimazione nell'aderenza alla "scientificità" della tecnica, e che, però, si manifesta refrattario a qualsiasi sorta di governo, o di controllo. Ma questo non vuol dire affatto che la politica abbia esaurito le proprie possibilità, occorre saper esprimere una dialettica nuova, una nuova cultura.

    Quale?
    Un'idea della politica nella quale, come dice Machiavelli, "il popolo torni a metter le mani sulla sua libertà". C'è una crisi evidente del modello liberista puro, per quanto oggi sia il vincitore; bisogna lavorare a creare uno spazio nuovo, corretto, del federalismo, recuperando la tradizione di Montesquieu, Tommasea, Cattaneo.

    Ma federalismo e globalizzazione, come combinarli?
    Le grandi culture, le grandi civiltà, non possono essere antiglobaliste, sono globaliste per vocazione. Una battaglia antiglobalista è stupida, perdente. Ma una globalità senza polarità al proprio interno non è un globo, è un piatto deserto.

    I poli. Ritorna dunque il concetto del confronto, del conflitto.
    Questo non è un problema astratto, la demonizzazione del confronto è patrimonio soltanto dei pasdaran del liberismo. Sono evidenti - anche nei fatti tragici della realtà d'oggi - le reazioni che vengono da tutte le culture, che si oppongono al linguaggio unico segnato dal dominio di una visione autoreferenziale dello Stato, come se questo fosse un'entità astratta, asettica, e non l'espressione di valori, idee, scelte.Quello che prevale oggi non è la globalizzazione, è l'omologazione.

    Eppure la Rete sembra poter affermare la cultura della diversità, della differenziazione.
    La Rete esprime simbolicamente le contraddizioni della globalizzazione. Da una parte, è strumento per la comunicazione d'informazioni (e questa è la sua valenza orizzontale, quantitativa), ma dall'altra manifesta le più ampie potenzialità di liberazione individuale.

    Potenzialità che, però, sembrano ancora tutte da sviluppare.
    In questa prima fase, la Rete sta globalizzando la subordinazione di massa, risucchia l'interiorità all'interno del lavoro. Lo specchio del mondo e la fabbrica virtuale sono le due facce di una identità da definire, occorrerebbe davvero creare un "Manifesto della Rete". Mi pare comunque che gli effetti di spiazzamento delle nuove tecnologie non siano non si siano ancora manifestati che in minima parte.

    E questo diventa particolarmente pericoloso in un contesto storico nel quale la forma dello Stato pare fissarsi nel modello di una "democrazia procedurale".
    Per questo, parlo di forme nuove della politica, perfino di un nuovo lessico. Altrimenti diventa consensuale la forma di una "democrazia senza cittadini".

    Quali sono le forme nuove della politica?
    Mi chiederei anzitutto quali possano essere i soggetti di una politica nuova. E allora io penso, per esempio, all'Europa, ma certo non nella sua forma attuale di area di sviluppo economico-commerciale. Solo che dal punto di vista politico, mi pare che la scelta fatta fin'ora sia quella di un modello che ricalca la storia della formazione degli Stati nazionali: temo che una simile proposizione non ci porti da nessuna parte. La democratizzazione come parlamentarizzazione non ha futuro.

    Qual'è il modello alternativo?
    Esiste, certamente, una cultura europea, ma l'idea di un unico popolo europeo è fantapolitica. Proporre il progetto di un Parlamento eletto da tutti i popoli europei mi pare una cosa che non funzioni. L'uscita credo che si possa trovare soltanto con una rielaborazione del progetto federalista, da Cattaneo a Spinelli. L'obiettivo dev'essere una vera Confederazione, come quella elvetica, come la nordamericana.

    Crisi della democrazia, del parlamentarismo, ma anche della sinistra.
    La sinistra paga drammaticamente la propria incapacità a seguire le trasformazioni della società, resta tuttora ancorata a forme ed egemonie che oggi non esprimono più contenuti significativi di realtà. Ci sono nuove figure sociali che prescindono dal vecchio catalogo e che però non vengono usate, non sono tutelate (penso ai "Netslaves"), né promosse. Nell'inerzia della politica, bloccata ancora nelle forme tradizionali e nelle ideologie, il ritardo della sinistra, che non ha saputo riparare l'erosione della propria base sociale, è evidente. Non è affatto vero che siamo diventati tutti capitalisti e grassi borghesi.

    E la destra?
    Beh, ci sono due destre. C'è quella che ha stravinto, d'impronta neoliberista, e poi c'è l'altra - sociale, leghista, localista - che però è stata battuta, sconfitta, perduta nei suoi riferimenti culturali, che non contano più niente. Ma, almeno nella politica italiana, manca comunque un terreno comune di confronto. Questo è il paese che dalla consociazione è passato alla dissociazione, che non è capace di elaborare una forma di associazione, un ethos comune. Soltanto la definizione di un patto comune può consentire lo sviluppo di una reale competizione. una competizione a tutto campo, come quella tra patrizi e plebei che fece grande Roma.

    Intanto, la destra ha vinto.
    Ma è una vittoria di Pirro. La destra cavalca l'onda forte del neoliberismo, ma si ritrova con tutti i problemi di prospettiva irrisolti. La crisi della sinistra appare, anch'essa, lontana da una soluzione. Questo problema, però, non è solo italiano. E non è, poi, che tutti passiamo il nostro tempo davanti alla tv.



  8. #8
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    "La disumanità del computer sta nel fatto che, una volta programmato e messo in funzione, si comporta in maniera perfettamente onesta"

    Isaac Asimov

  9. #9
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Argomento non nuovo, articoli non nuovi. Ma parlavano del futuro, quindi sono interessanti. Riporto un articolo di Stallmann per la lunghezza accettabile, ma segnalo alcuni link indispensabili per approfondire (postati in "Linux" da kaaio).
    Per non farsi fregare dalla confusione, e capire le differenze tra TCPA, Palladium e DRM:
    http://www.research.ibm.com/gsal/tcpa/tc pa_rebuttal.pdf (in inglese)
    Un altro punto di vista preoccupato in forma di FAQ (con molti link al seguito):
    http://www.complessita.it/tcpa/
    Invito qualcuno a cercare link "pro".

    Stallman: puoi fidarti del tuo computer?

    di Richard Stallman - C'è anche Palladium nelle iniziative del Trusted Computing, controllato dai produttori per controllare gli utenti. Ecco perché il guru del Software Libero parla di Treacherous Computing

    25/10/02 - Stand By - di Richard Stallman - A chi dovrebbe ubbidire il tuo computer? La maggior parte delle persone crede che i propri computer debbano obbedire a loro e non prendere ordini da qualcun altro. Con un progetto che chiamano "trusted computing" (computer affidabile, ndt) le grandi corporazioni mediatiche (incluse major del cinema e della musica), insieme ad aziende informatiche come Microsoft e Intel, intendono far sì che il tuo computer obbedisca a loro e non a te. I programmi proprietari hanno già in passato contenuto funzionalità malevoli, ma questo progetto vuole rendere la cosa un dato di fatto universale.

    Il software proprietario significa, in sostanza, che uno non può controllare quello che il software fa; non ne può studiare il codice sorgente né modificarlo. Non sorprende che bravi uomini d'affari individuino sistemi per utilizzare le loro capacità di controllo e mettere l'utente in difficoltà. Microsoft lo ha fatto in diverse occasioni: una versione di Windows era studiata perché riferisse a Microsoft quali software si trovavano sull'hard disk dell'utente; un recente aggiornamento di "sicurezza" nel Windows Media Player ha richiesto agli utenti di accettare nuove restrizioni. Ma Microsoft non è da sola: il software di condivisione della musica KaZaa è studiato per consentire ai business partner di KaZaa di affittare ai propri clienti l'uso del tuo computer. Queste funzionalità malevoli sono spesso segrete, ma anche se uno le conosce è difficile liberarsene, perché non si ha accesso al codice sorgente.

    In passato, si è trattato di situazioni isolate. Il "trusted computing" renderà tutto questo pervasivo. "Treacherous computing" (computing traditore, ndt) è un nome più appropriato, perché questo progetto è studiato per assicurarsi che il computer disobbedisca sistematicamente all'utente. È pensato nei fatti per impedire al tuo computer di funzionare come computer general-purpose. Ogni operazione potrà richiedere un permesso esplicito.

    Il profilo tecnico fondamentale del treacherous computing è che il computer includa un sistema di cifratura e firma digitali, le cui chiavi sono sconosciute all'utente (la versione di Microsoft di questo viene chiamata "Palladium"). I software proprietari utilizzeranno questo sistema per controllare quali altri programmi vengono fatti girare, a quali documenti o dati può accedere l'utente e a quali programmi questi dati possono essere passati. Questi software continuamente scaricheranno nuove procedure di autorizzazione da Internet e imporranno all'utente e al suo lavoro automaticamente tali procedure. Se l'utente non consentirà al computer di ottenere ed imporre queste nuove procedure periodicamente da Internet, alcune funzionalità dei software saranno automaticamente disabilitate.

    Naturalmente, Hollywood e le industrie discografiche hanno in animo di utilizzare il treacherous computing per i sistemi DRM (Digital Restrictions Management) cosicché i video e la musica scaricata possano essere goduti soltanto su uno specifico computer. La condivisione sarà interamente impossibile, almeno utilizzando i file autorizzati che si potranno ottenere da queste aziende. E voi, il pubblico, avete diritto tanto alla libertà di utilizzo quanto alla capacità di condivisione di questi materiali (mi aspetto che qualcuno trovi un modo per produrre versioni non cifrate, pubblicarle e condividerle, cosicché il DRM non avrà un successo completo: ma questo non giustifica il sistema stesso).

    Rendere la condivisione impossibile è già abbastanza antipatico, ma le cose andranno peggio di così. Ci sono progetti per utilizzare le stesse funzionalità per le email e i documenti, con il risultato di email che spariscono in due settimane o documenti che possono essere letti solo sui computer di una azienda.

    Immaginate di ricevere dal vostro capo via email l'ordine di fare qualcosa che giudicate rischioso; un mese dopo, quando scoppia il caso, non potrete utilizzare l'email per dimostrare che la decisione non è stata vostra. "Un ordine per iscritto" non vi protegge quando è scritto con l'inchiostro simpatico.

    Provate ad immaginare una situazione in cui ricevete un'email dal vostro capo con una policy che è illegale oppure moralmente inaccettabile, come distruggere i documenti contabili dell'azienda o consentire ad una pericolosa minaccia per il vostro paese di farla franca. Oggi queste cose possono essere inviate ad un reporter per denunciare tali attività. Nel treacherous computing, il giornalista non potrà leggere il documento; il suo computer si rifiuterà di obbedirgli. Il treacherous computing diventa un paradiso per la corruzione.

    Word processor come Microsoft Word potrebbero utilizzare il treacherous computing quando salvano i documenti, per assicurarsi che non possano essere letti da word processor concorrenti. Oggi noi dobbiamo carpire i segreti del formato Word con esperimenti di laboratorio per far sì che word processor liberi possano leggere i documenti di Word. Se Word cifrerà i documenti utilizzando il treacherous computing quando li salverà, allora la comunità del Software Libero non avrà una sola possibilità di sviluppare software capace di leggerli, e anche se ci riuscisse tali programmi potrebbero essere vietati dal Digital Millennium Copyright Act.

    Software che utilizzano il treacherous computing scaricheranno nuove procedure autorizzative dalla rete di continuo, imponendole al lavoro dell'utente. Se Microsoft, o il Governo americano, non gradisce quanto scritto in un certo documento, allora potrebbero pubblicare nuove istruzioni per ordinare ai computer di impedire a chiunque di leggere quel documento. Ogni computer sarebbe così istruito dal download delle ultime procedure. Quanto viene scritto potrebbe dunque essere soggetto ad una cancellazione retroattiva nello spirito di "1984". Persino l'autore potrebbe non riuscire a leggere quanto ha scritto.

    Uno potrebbe credere di poter individuare le brutture prodotte da una applicazione di treacherous computing, di poter studiare quanto siano pessime e decidere quindi se accettarle. Sarebbe ingenuo e folle accettare queste condizioni, il punto è che l'accordo che si andrebbe a stringere non sarebbe stabile. Una volta che l'utente inizia ad utilizzare il software allora è di fatto dipendente da quello; loro lo sanno e possono cambiare gli accordi. Alcune applicazioni scaricheranno aggiornamenti automatici che faranno qualcosa di diverso, e loro non consentiranno all'utente di scegliere se aggiornare o meno i programmi.

    Oggi è possibile evitare le restrizioni del software proprietario non utilizzandolo. Se si fa girare un sistema operativo GNU/Linux o un altro sistema libero, e se si evita di installare su di esso applicazioni proprietarie, allora si ha in mano il proprio computer. Se un software aperto ha una funzionalità malevola, altri sviluppatori della comunità la cancelleranno e sarà possibile utilizzare la versione corretta. Si possono anche far girare applicazioni e tool liberi su sistemi operativi non liberi; questo non consente una piena libertà, ma molti utenti lo fanno.

    Il treacherous computing mette a rischio persino l'esistenza dei sistemi operativi free e delle applicazioni aperte, perché all'utente può essere impedito di utilizzarli. Alcune versioni di treacherous computing richiederanno che il sistema operativo sia autorizzato specificamente da una certa azienda. I sistemi aperti non potranno essere installati. Altre versioni richiederanno che ogni programma sia specificamente autorizzato dal produttore del sistema operativo. In un tale sistema non sarebbe possibile far girare applicativi aperti. E se uno capisse come farli girare, e lo dicesse a qualcuno, commetterebbe un crimine.

    Ci sono già proposte legislative americane che imporrebbero a tutti i computer di supportare il treacherous computing e di proibire la connessione ad internet ai vecchi computer. Il CBDTPA (noi la chiamiamo la legge "Consuma ma non azzardarti a programmare") è una di queste norme. Ma anche se non obbligassero a passare al treacherous computing, la pressione per accettarle potrebbe essere enorme. Oggi spesso la gente utilizza il formato Word per le comunicazioni, anche se questo causa numerosi diversi problemi (vedi anche http://www.gnu.org/philosophy/no-word-at tachments.html). Se soltanto una macchina con il treacherous computing fosse in grado di leggere gli ultimi documenti Word, molti passerebbero a quella se vedessero la cosa solo in termini di azione individuale (prendere o lasciare). Per opporci al treacherous computing dobbiamo unire le forze e affrontare la situazione con una scelta collettiva.

    Per altre informazioni sul treacherous computing vedi http://www.cl.cam.ac.uk/users/rja14/tcpa -faq.html.

    Bloccare il treacherous computing richiederà ai cittadini di formare un'organizzazione amplissima. Abbiamo bisogno del tuo aiuto! La Electronic Frontier Foundation e Public Knowledge hanno già lanciato campagne contro il treacherous computing e così sta facendo il Digital Speech Project appoggiato dalla FSF. Per piacere, visita questi siti web e sostieni il loro lavoro.

    Una mano si può dare anche scrivendo agli uffici delle relazioni pubbliche di Intel, IBM, HP-Compaq o di chiunque dal quale si sia comprato un computer, spiegando che non si intende accettare pressioni per acquistare sistemi "trusted" e che quindi si risparmiassero di produrli. Questo aiuterebbe a mettere in luce il potere dei consumatori. Chi fa da sé tutto questo è bene che invii copia delle lettere alle organizzazioni di cui sopra.

    Alcune note finali:

    1. Il Progetto GNU distribuisce GNU Privacy Guard, software che utilizza sistemi di cifratura su public key e firma digitale, che può essere utilizzato per inviare email sicure e private. È utile esplorare quanto GPG differisca dal treacherous computing e distinguere cosa rende uno strumento utile e l'altro un pericolo.

    Quando qualcuno invia un documento cifrato con GPG, e il ricevente usa GPG per decodificarlo, il risultato è un documento non cifrato che può essere letto, inoltrato, copiato o persino ri-cifrato per essere inviato in sicurezza a qualcun altro. Un'applicazione di treacherous computing ti consentirebbe di leggere le parole su schermo ma non di produrre qualsiasi documento non cifrato da utilizzare in altri modi. GPG, un pacchetto di software libero, rende disponibili all'utente le funzionalità di sicurezza, che lo stesso utente può usare. Il treacherous computing è studiato per imporre restrizioni agli utenti, che così vengono utilizzati.

    2. Microsoft descrive Palladium come una misura di sicurezza e sostiene che proteggerà dai virus, ma si tratta di una tesi fasulla. Una presentazione di Microsoft Research ad ottobre 2002 ha affermato che una specifica del Palladium è di far sì che i sistemi operativi esistenti e le applicazioni continuino a girare; dunque, i virus continueranno a poter fare tutto ciò che già fanno oggi.

    Quando Microsoft parla di "sicurezza" riferendosi a Palladium, non intende quello che noi tutti intendiamo con questo termine: proteggere il tuo computer da ciò che non si vuole. Intende invece proteggere le copie dei tuoi dati sulla tua macchina dall'accesso da parte tua in modi che altri non gradiscono. Una diapositiva di quella presentazione elencava alcuni tipi di segreti che Palladium potrebbe proteggere, inclusi "segreti di terze parti" e "segreti dell'utente", ma quest'ultima definizione era tra virgolette, dimostrando cioè che non è veramente questo il compito che Palladium è chiamato a svolgere.

    Quella presentazione faceva spesso uso di altri termini che noi associamo normalmente ad un contesto di sicurezza, come "attacco", "codice malevolo", "spoofing" e, appunto, "trusted". Nessuna di quelle parole però veniva usata per quello che significa normalmente. "Attacco" non significa qualcuno che vuole aggredirti, significa che tu stai tentando di copiare della musica. "Codice malevolo" significa codice da te installato per svolgere funzioni che qualcun altro non vuole che il tuo computer svolga. "Spoofing" non vuol dire che qualcuno cerca di ingannarti, significa invece che tu vuoi ingannare Palladium. E via dicendo.

    3. Un precedente statement da parte degli sviluppatori di Palladium afferma come premessa fondamentale che chiunque sviluppi o raccolga informazioni debba avere il totale controllo su come tu le utilizzi. Questo rappresenterebbe un golpe rivoluzionario dei principi etici e dell'ordinamento giuridico, e creerebbe un sistema di controllo senza precedenti. I problemi specifici di questi sistemi non sono dunque casuali ma sono il risultato dello scopo fondamentale. Ed è quello scopo che noi dobbiamo rifiutare.

    Copyright 2002 Richard Stallman
    La copia e la distribuzione a piacere di questo intero articolo è permessa senza royalty su qualsiasi medium a patto che si mantenga questa nota.

  10. #10
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Nota: i "quote" con la dicitura "Esempio x" li ho aggiunti io. Per vedere l'originale, andare su http://www.gnu.org/philosophy/no-word-at tachments.it.html

    Segnalo un curioso (polemico) sito anti-netiquette, che parla anche di questo: http://members.xoom.virgilio.it/nonet/in dex.htm

    Possiamo mettere fine agli allegati Word

    di Richard M. Stallman, gennaio 2002

    Non vi arrabbiate anche voi quando ricevete per posta elettronica un documento Word? Gli allegati Word sono fastidiosi, ma soprattutto impediscono alle persone di passare al software libero. Forse possiamo mettere fine a questa pratica, con un semplice sforzo collettivo. Tutto quello che dobbiamo fare è chiedere a chiunque ci mandi un file Word di riconsiderare il suo modo di fare.

    La maggior parte degli utilizzatori di computer usa Microsoft Word. Questo è un problema per loro, perché Word è un software proprietario, che nega ai suoi utenti la libertà di studiarlo, modificarlo, copiarlo e ridistribuirlo. Inoltre, visto che Microsoft cambia il formato dei file di Word ad ogni versione, i suoi utenti sono intrappolati in un meccanismo che li obbliga ad acquistare ogni aggiornamento, che desiderino cambiare o meno. Potrebbero anche scoprire, tra qualche anno, che i documenti Word che scrivono oggi non sono più leggibili con la versione di Word che staranno usando allora.

    Ma questo è anche un comportamento dannoso per noi nel momento in cui, presumendo che anche noi usiamo Word, ci mandano documenti in Word (o chiedono a noi di mandarne a loro). Alcune persone pubblicano o spediscono documenti in formato Word. Alcune organizzazioni accettano file solo se in formato Word: una persona che conosco non ha potuto proporsi per un lavoro, perché i curricula dovevano essere presentati come file di Word. Addirittura, talvolta i governi impongono il formato Word al pubblico, il che è veramente oltraggioso.

    Per noi, utilizzatori di sistemi operativi liberi, ricevere documenti Word è un fastidio. Ma l'impatto peggiore dello spedire documenti Word è sulle persone che potrebbero passare a sistemi liberi: queste persone esitano, perché sembra loro di aver bisogno di Word per poter leggere i file che ricevono. La pratica di usare il formato segreto di Word per lo scambio di documenti impedisce la crescita della nostra comunità e la diffusione della libertà. Mentre noi percepiamo un fastidio occasionale per aver ricevuto un documento Word, raramente ci rendiamo conto di questo danno continuo e persistente per la nostra comunità. Eppure questo avviene continuamente.

    Molti utilizzatori di sistemi GNU che ricevono documenti Word cercano di trovare modi di gestirli. È possibile trovare del testo ASCII alquanto offuscato scrutando nel file. Oggi esiste del software libero in grado di leggere un sottoinsieme dei documenti Word. Eppure il formato è segreto, e non è stato completamente decodificato; fino a quando Microsoft continuerà a cambiare il formato, non ci possiamo aspettare che questi programmi raggiungano la perfezione.

    Se pensate al documento che avete ricevuto come ad un evento isolato, è naturale tentare di affrontare il problema per conto proprio. Ma quando lo si riconosce come un esempio di una pratica dannosa e sistematica, si impone un altro approccio. Trovare un modo per leggere il file è come alleviare un sintomo di una malattia cronica. Per curare la malattia, dobbiamo convincere le persone a non inviare o pubblicare documenti Word.

    Per circa un anno, ho preso l'abitudine di rispondere agli allegati Word con un messaggio educato, che spiega perché la pratica di spedire file di Word è male, e chiede al mittente di rispedire lo stesso materiale in un formato non segreto. Questo è molto meno faticoso che cercare di leggere il testo ASCII semioffuscato in un file Word. Trovo che le persone normalmente capiscono il problema e molti mi dicono che non manderanno più file di Word ad altri.

    Se tutti lo facciamo, avremo un effetto molto più ampio. Chi non dà peso ad una richiesta educata, potrebbe cambiare opinione quando riceve molte richieste educate da diverse persone. Potremmo riuscire a dare a "non mandare file Word" lo status di netiquette, se iniziamo a sollevare sistematicamente il problema con chiunque ci mandi un file di Word.

    Per rendere questo sforzo efficiente, probabilmente vorrete preparare una risposta precotta, che potrete mandare rapidamente ogni volta che sia necessario. Allego due esempi: la versione che ho usato di recente, e una nuova versione che spiega ad un utilizzatore di Word come convertire il file in altri formati utilizzabili.

    Se volete, potete usare queste risposte così come sono, oppure personalizzarle, o scrivere le vostre. L'importante è che costruiate una risposta che si adatti alle vostre idee ed alla vostra personalità - se le risposte sono personali e non tutte uguali, la campagna sarà più efficace.

    Queste risposte sono pensate per individui che inviano file di Word. Quando incontrate un'organizzazione che impone l'uso del formato Word, si impone un altro tipo di risposta; allora potete sollevare questioni di equità che non si applicano alle azioni di un individuo.

    Con i nostri numeri, semplicemente chiedendo, possiamo fare la differenza.

    Esempio 1
    Hai mandato un allegato nel formato Microsoft Word, un formato segreto e proprietario, e per questa ragione non posso leggerlo. Se mi mandi puro testo, HTML, o PDF, allora potrei leggerlo.

    Mandare alle persone documenti in formato Word ha effetti negativi, perché questa pratica le spinge ad usare software Microsoft. Di fatto, diventi un puntello del monopolio di Microsoft. Questo specifico problema è un notevole ostacolo ad una più ampia adozione del sistema operativo GNU/Linux. Vorresti per favore riconsiderare l'uso del formato Word per comunicare con altre persone?
    Esempio 2
    Hai mandato un allegato nel formato Microsoft Word, un formato segreto e proprietario, e per questa ragione non mi è facile leggerlo. Se mi mandi puro testo, HTML, o PDF, allora sarò in grado di leggerlo.

    Distribuire documenti in formato Word è male per te e per gli altri. Non puoi essere sicuro di quale aspetto avrà il documento se qualcuno lo guarda con una diversa versione di Word, e potrebbe addirittura non essere leggibile del tutto.

    Ricevere allegati Word è male per te perché possono trasportare dei virus (vedi http://www.symantec.com/avcenter/venc/da ta/acro.html). Spedire allegati Word è male per te, perché un documento Word include normalmente informazioni nascoste sull'autore, che mettono chi lo sa in condizione di curiosare nelle attività dell'autore (magari nelle tue). È possibile che del testo che pensi di aver cancellato sia ancora presente, mettendoti in imbarazzo. Vedi http://www.microsystems.com/Shares_Well. htm per maggiori informazioni.

    Ma soprattutto, mandare alle persone documenti Word li spinge ad usare software Microsoft, e aiuta a negare loro la possibilità di scegliere. Di fatto, diventi un puntello del monopolio di Microsoft. Questo specifico problema è un ostacolo ad una più ampia adozione del sistema operativo GNU/Linux. Vorresti per favore riconsiderare l'uso del formato Word per la comunicazione con altre persone?

    Convertire un file in HTML è semplice. Apri il documento, clicca su File, e poi Salva con Nome (Save As), e nel menù a tendina Tipo di File (Save As Type) in fondo alla finestra di dialogo scegli documento HTML, o pagina Web. Poi clicca su Salva (Save). Poi puoi allegare il tuo nuovo documento HTML invece di un documento Word. Tieni conto che le versioni di Word cambiano in modi inconsistenti - se noti lievi differenze nei nomi delle voci di menù, provale.

    Convertire in puro testo è quasi la stessa cosa - invece di documento HTML, scegli Solo Testo (Text Only) o Documento di Testo (Text Document) come Tipo di File (Save As Type).
    Ecco un altro approccio, suggerito da Bob Chassell. Deve essere modificato per adattarlo al caso specifico, e richiede che si abbia un modo per estrarre i contenuti e vedere quanto sono lunghi.

    Esempio 3
    Sono perplesso. Perché hai scelto di mandarmi 876,377 byte nel tuo recente messaggio, quando il contenuto è solo 27,133 byte?

    Mi hai mandato cinque file nel formato non standard e gonfiato .doc, che è un segreto di Microsoft, invece che in puro testo, il formato internazionale, pubblico e più efficiente.

    Microsoft può fare in modo (e lo ha fatto recentemente, in Kenya e Brasile) che la polizia locale faccia rispettare leggi che proibiscono agli studenti di studiare il codice, proibiscono agli imprenditori di avviare nuove società, e proibiscono ai professionisti di offrire i loro servizi. Per favore, non dargli il tuo supporto.
    John D. Ramsdell suggerisce di scoraggiare l'uso di allegati in formato Microsoft Word e PowerPoint con una breve nota nel proprio file .signature:

    Esempio 4
    Per favore non mandatemi allegati in Word o PowerPoint.
    Si veda http://www.fsf.org/philosophy/no-word-at tachments.html
    Copyright © 2002 Richard M. Stallman

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  11. #11
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Io non riesco a vederlo innocente; è stato, penso, l'unico uomo in italia a vedersi confermata per 8 volte (otto volte) una condanna per omicidio: quella del commissario Calabresi.
    Quanta malagiustizia c'è stata però, e anche se 8 condanne sono otto condanne, la vicenda di Sofri non si è limitata ad un "semplice" processo per omicidio, ma è stata simbolo del Processo di tutti i mandanti e di tutte le vittime che l'Italia ha avuto nell'epoca più drammatica della sua storia repubblicana.

    Comunque, innocente o colpevole (..sicuramente entrambe), che senso ha oggi la prigione per lui? Ecco qua un editoriale che, tra le altre cose, da una risposta.

    ____________________________
    Avrebbe potuto scappare, come altri. Invece ha preferito espiare»

    La grazia ad Adriano Sofri (31 anni dopo)

    Folli: «Oggi il detenuto di Pisa è senza dubbio un uomo diverso»

    MILANO - Nel carcere di Pisa vive e lavora un uomo che sta
    pagando il suo debito verso la giustizia. Lo fa con estrema dignità ormai da anni. Il suo nome è Adriano Sofri e con sobria civiltà pubblica da anni libri e articoli sui maggiori giornali. Le sue riflessioni sul nostro tempo costituiscono un punto di vista impossibile da ignorare. Sono testimonianze proposte con attenzione scrupolosa verso la realtà di un Paese decifrato in tutte le sue complessità.

    TRAGEDIE D'ITALIA - Forse nessuno come Sofri ha saputo leggere attraverso la tragedia vissuta dalla comunità civile italiana nell'ultimo scorcio del Novecento: il terrorismo, le sue conseguenze, la frattura di una quasi guerra civile che ha rischiato di distruggere la Repubblica. Nessuno come Sofri ha saputo alimentare un dibattito autentico, e non di maniera, sull'identità collettiva e sul destino di due generazioni. Anche per questo, soprattutto per questo, possiamo affermare senza enfasi che Adriano Sofri è oggi uno dei maggiori intellettuali italiani.

    DELITTO CALABRESI - Eppure non stiamo parlando di un profeta o di un santo. Al contrario, Sofri è stato condannato in via definitiva come mandante di un delitto odioso e crudele: l'omicidio del commissario di Pubblica Sicurezza Luigi Calabresi, avvenuto a Milano il 17 maggio 1972. Non è il caso qui di riaprire alcun dossier. Basti ricordare che i processi a Sofri ( a lui, a Bompressi e a Pietrostefani) sono stati nel corso degli anni ben otto. E l'iter si è concluso con la conferma delle condanne. La magistratura, dopo vari gradi di giudizio, ha accolto la tesi dell'accusa, sulla base delle prove fornite dagli investigatori. Il fatto che Adriano Sofri si sia costantemente dichiarato innocente, come era suo diritto, non toglie nulla alla verità processuale. Altrettanto rilevante, tuttavia, è la circostanza che Sofri non si è mai sottratto alla pena. Avrebbe potuto farlo con un certo agio, come tanti altri, ma ha preferito espiare.

    PRIMA DELLA CONDANNA - In precedenza, prima che la condanna fosse definitiva, ha cercato una propria personale redenzione nell'orrore della Bosnia in guerra e anche di quell'esperienza ha reso una testimonianza in cui si avverte l'eco sofferta della grande cultura europea, con la sua sostanza tollerante e liberale. Pur consapevoli che si tratta di un tema che turba (a ragione) l'opinione pubblica, crediamo sia giunto il momento di affrontare il caso attraverso lo strumento della grazia. Lo scriviamo con il rispetto dovuto alle vittime del terrorismo, alle loro famiglie, ai magistrati e alle forze di polizia. Liberare Sofri non significa dare un tardivo riconoscimento alla tesi innocentista. O incoraggiare il lassismo. O riaprire ferite mai veramente chiuse. Oggi il punto è un altro. Si tratta di prendere atto che il detenuto di Pisa è un uomo diverso, 31 anni dopo l'omicidio Calabresi. Della sua trasformazione ha offerto e offre prove evidenti e quotidiane.

    CATTIVO MAESTRO - Se Sofri è stato un cattivo maestro, oggi non lo è più. Lo ha capito buona parte della società italiana, nelle sue espressioni culturali e politiche. Ha ancora un senso tenerlo in carcere? A quale funzione emblematica corrisponde la sua prigionia? Il presidente del Consiglio (che mesi fa ha manifestato con chiarezza il suo pensiero) e il ministro di Grazia e Giustizia possono, se vogliono, rispondere a queste domande. Del resto, l'avvio del semestre europeo è un'occasione propizia per riflettere: lo ha detto un altro personaggio simbolo di una stagione drammatica e lontana, Cohn Bendit, e forse non ha torto. Il presidente della Repubblica ha il potere di firmare il provvedimento di grazia. Ma deve essergli sottoposto dall'autorità di governo. Se quest'ultima decidesse che è ora di compiere tale piccolo passo, non si potrebbe biasimarla.

    Stefano Folli
    16 luglio 2003

  12. #12
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Questo non è un articolo. Ma pubblicità spudorata.

    Perdonatemi, ma questa è una periodica raccolta di saggi che ha un certo valore e un certo prestigio nell'ambito geopolitico.

    Solo che a nessuno gliene frega nulla e pochi sanno che esistono pubblicazioni del genere.

    Costa 12 euri, ma è decisamente interessante.

    http://www.limesonline.com

    ____________________________
    editoriale del quderno speciale di settembre 2001






    EDITORIALE - La nostra parte




    1. L'11 settembre 2001 è finita l'èra geopolitica cominciata il 9 novembre 1989. Crollava allora il Muro di Berlino, seguito due anni dopo dal suicidio dell'Unione Sovietica. Poco più di un decennio, periodo insufficiente per meritare una definizione propria. Per cavarcela, l'abbiamo battezzato "dopoguerra fredda". Quella "guerra" per noi europei occidentali è stata pace. Durante la quale siamo diventati più liberi e più ricchi, tanto quanto sono stati oppressi e impoveriti gli europei che l'avanzata dell'Armata Rossa aveva inghiottito e recluso nell'impero sovietico. La grande maggioranza degli europei che abitavano la parte fortunata della cortina di ferro, sotto la protezione americana, credevano che quella costellazione fosse per loro la migliore possibile. Lo pensavano persino i tedeschi dell'Ovest, poco propensi ad accollarsi i "fratelli separati" dell'Est. La paura dell'Olocausto nucleare congelava le nostre frontiere. Washington invece ragionava su scala planetaria. Perciò intendeva liquidare la superpotenza rivale. A noi bastava il pareggio in Europa, agli Stati Uniti interessava la vittoria nel mondo. Un analogo iato fra noi e gli americani rischia di riprodursi oggi, con l'attacco del terrorismo internazionale al cuore dell'Occidente. Vedremo come questo sia oggi un pericolo mortale. Ma prima conviene ricordare a noi stessi che cosa fosse il "dopoguerra fredda" fino a ieri, un'èra geopolitica fa. Nel 1992, essendo scomparsa l'Unione Sovietica, per la prima volta nella storia il centro esclusivo del potere mondiale non era più in Eurasia ma sul continente nordamericano. Allo zenit della sua potenza, ma anche della sua esposizione a culture e a popoli fors'anche alleati ma non sempre simpatizzanti, Washington si accingeva a godere dei dividendi della pace. In apparenza, il trionfo assoluto dell'America. Un po' troppo assoluto. Perché gestire da soli il disordine mondiale non è possibile. Superpotenza non significa onnipotenza. L'Unione Sovietica era il nemico, certo. Ma era anche un partner, che riduceva notevolmente la complessità geopolitica del pianeta. Faceva a suo modo e con i suoi satelliti la metà del lavoro, lasciando l'altra metà agli americani e ai loro alleati. In termini geopolitici, la vittoria nella guerra fredda non poteva dunque per noi ridursi alla sconfitta dell'Unione Sovietica. Giacché crollando l'Urss si sarebbe disintegrato quell'enorme pezzo di Europa e di Asia, con appendici in Africa e persino in America, afferente a Mosca. E si sarebbero liberati, dopo lunga compressione, gli spiriti animali ibernati dalla deterrenza nucleare. Ma noi, e soprattutto gli americani, ci eravamo illusi che bastasse annientare l'Orso sovietico, senza occuparsi del devastato impero interno ed esterno, oltre che del cosiddetto Terzo Mondo. Tutti i popoli sembravano destinati a diventare, nel tempo, simili a noi. Quando l'America ha provato a gestire le crisi aperte a ripetizione dalla complicazione degli spazi geopolitici - dalla guerra del Golfo a quella del Kosovo - lo ha fatto non in base a un disegno imperiale, di cui è sempre stata priva, ma nell'illusione che presto o tardi tutti i popoli l'avrebbero seguita sulla via della redenzione. Riecheggiavano le alte suggestioni universaliste del presidente Woodrow Wilson: "Questa è un'età che rifiuta gli standard dell'egoismo nazionale che un tempo governavano le nazioni. E richiede che esse lascino il campo a un nuovo ordine di cose, in cui le sole domande siano: "È legittimo?". "È giusto?". "È nell'interesse dell'umanità?" 1 . Di qui il miraggio della pace ottenuta esportando la democrazia e affermando il primato della "nazione indispensabile", caro all'amministrazione Clinton (1993-2001). Incurante di affiancarsi potenze o gruppi di Stati amici, come tentò di fare Franklin D. Roosevelt poco prima di morire, l'America si è ritrovata sola e sovraesposta. Un'"iperpotenza" arrogante. Così appariva soprattutto al mondo arabo e islamico, ripetutamente umiliato dagli Usa e dal loro luogotenente in partibus infidelium, Israele. Sicché l'America trionfante non era affatto egemone. Anzi, suscitava dovunque, Europa compresa, ondate più o meno esplicite di antiamericanismo, proprio mentre l'opinione pubblica statunitense esibiva un quasi totale disinteresse per il resto del mondo. Ciò che non impediva al suo governo di disperdere le forze in costose "operazioni di pace" alle periferie del non-impero. Contraddizione ben colta da Henry Kissinger nel suo ultimo libro: "L'eredità degli anni Novanta ha prodotto un paradosso. Da una parte gli Usa sono sufficientemente potenti per insistere sul proprio punto di vista e per impegnarsi abbastanza spesso da evocare accuse di egemonia americana. Allo stesso tempo, le ricette americane per il resto del mondo spesso riflettono pressioni domestiche o la reiterazione di massime tratte dall'esperienza della guerra fredda. Il risultato è che la preminenza del paese corre il serio rischio di diventare irrilevante rispetto a molte delle correnti che attraversano e trasformano l'ordine mondiale. La scena internazionale esibisce una strana mescolanza di rispetto e di sottomissione nei confronti del potere americano, accompagnati da occasionale esasperazione per le sue ricette e confusione circa i suoi obiettivi di lungo termine"


    2 . Questo e altri testi confermano che una ristretta parte dell'establishment americano, in genere la più conservatrice, era consapevole del paradosso della superpotenza non egemone. In un ambiente internazionale favorevole al terrorismo, islamico e non, minaccia su cui da tempo si era concentrata l'attenzione delle agenzie deputate. Tanto che, con sinistra preveggenza, il documento prodotto l'anno scorso dalla Commissione nazionale sul terrorismo recava in copertina le Torri Gemelle (vedi figura). La prima priorità di politica estera dell'amministrazione Bush era dunque di ridurre l'overstretch, di essere e apparire più modesti, di spartire il fardello (ma non il potere) con i neghittosi alleati, europei e non. Troppo poco. Troppo tardi. 2. È questa l'America colpita al cuore dai terroristi islamici. Per la regia, a quanto pare di Osama bin Laden. Con l'appoggio di una rete di professionisti del terrore, annidati anche in alcuni Stati considerati "amici" (sembra persino in Arabia Saudita), oltre che negli stessi Usa. Per quei fanatici, l'Occidente è il regno di Satana. L'obiettivo è annientare gli ebrei e i "crociati". A qualsiasi prezzo. In nome di Dio. Contro di noi - tutti noi, americani ed europei - hanno scatenato un attacco devastante. Hanno colpito i simboli del capitalismo globale e dell'invincibile esercito a stelle e strisce. Con l'obiettivo di seminare il caos. E di spingerci sul terreno fatale dello "scontro di civiltà". I terroristi non possono vincere questa guerra. Ma noi possiamo perderla. La perderemo se accetteremo di rispondere all'ideologia della crociata con una retorica speculare. Perché il crociato, non importa di quale fede, non è e non può essere il libero cittadino di una democrazia occidentale. Sotto ipnosi da crociata il nostro insieme geopolitico diventerebbe una gigantesca "zona rossa". Un incubo perfettamente evitabile. A patto che si identifichi il nemico e si delimiti l'obiettivo. Non si tratta di sradicare il terrorismo dalla faccia della terra. Esso continuerà, nelle forme note prima dell'11 settembre, a far parte del paesaggio sociale e geopolitico, in saecula saeculorum. Si può e si deve invece individuare e stroncare lo specifico gruppo di organizzazioni terroristiche e di Stati compiacenti che ha sfidato non solo l'America, non solo l'Occidente, ma le fondamenta stesse dei rapporti umani. Per battere questa holding del terrore occorre che l'America cementi una coalizione semiplanetaria, senza precedenti nella storia. Perché senza precedenti è la guerra asimmetrica scatenata da bin Laden e associati. Asimmetrica non solo nel divario dei mezzi, ma nel confronto fra la nostra logica di potenza, baluardo di valori rigorosamente terreni, e il "santo terrore" à la bin Laden. Combinare determinazione, freddezza e misura non è facile. Ma vitale. Qualche segno positivo, nei primi giorni di emergenza. L'America ha subito incassato la solidarietà dell'Europa, dei suoi alleati storici. Soprattutto ha saputo costruire intese, forse occasionali, che sconvolgono la carta geopolitica del pianeta. Si analizzi la rappresentazione della "Nuova Alleanza" asiatica (vedi cartina). Per colpire il bersaglio - l'Afghanistan in quanto rifugio di bin Laden - Washington non ha solo costretto il regime pakistano a farsi suo strumento contro i taliban, ma ha ottenuto l'avallo di Russia, Cina e India, le grandi potenze regionali. Persino l'Iran sciita, uno dei sette Stati classificati dagli Usa come sponsor del terrorismo, esprime solidarietà al popolo americano né pare troppo turbato dai piani di Bush, mirati contro l'odiato rivale sunnita bin Laden e i suoi amici afghani. Si noti che oggi l'America si trova al fianco le potenze nemiche o neutrali della guerra fredda, contro le proprie creature (i taliban e bin Laden, eroi della resistenza all'Armata Rossa), fra l'altro ben ramificate in Stati considerati a torto o a ragione amici, come il Pakistan e soprattutto l'Arabia Saudita. (Ciò dovrebbe indurre alla cautela i nostri alleati statunitensi, che spesso ci rimproverano qualche ammiccamento di troppo a regimi "intoccabili" come la Libia o l'Iran.)


    3. Noi italiani ed europei sappiamo di essere nel mirino dei terroristi. È dunque nostro vitale interesse vincere la partita. Anche se sarà lunga, ardua e ci costerà sacrifici. Il tempo delle furbizie levantine è scaduto. Non perché non avessero un loro senso e persino una loro nobiltà, ai ben protetti tempi della guerra fredda. Ma perché oggi i terroristi non ci faranno sconti in cambio di un passo di danza. E gli americani ci faranno pagare caro anche l'accenno di un tradimento. Le alleanze non servono solo per le belle stagioni. Il futuro del nostro paese dipende da come ci comporteremo nell'emergenza. E da come si atteggeranno i nostri alleati. Al di là della facciata, la crisi coglie europei e americani - ma anche gli europei tra loro - piuttosto distanti. Non tanto sotto l'aspetto immediatamente geopolitico, ma per più profonde inclinazioni culturali. L'America ha risposto alla guerra con la mobilitazione di guerra. La strage delle Torri Gemelle e del Pentagono ne ha compattato il patriottismo. Questo non è un conflitto "a zero morti" (propri), ma uno scontro nel quale sono morti già migliaia di americani - insieme a centinaia di cittadini di altri paesi, italiani inclusi. Per vendicarli e per salvare la nazione in pericolo stavolta gli americani metteranno in gioco le loro vite. E non si cureranno troppo di quelle altrui. L'Europa ha difficoltà persino a pronunciare la parola "guerra". Si impappina, balbetta, imbizzarrisce. Neppure gli europei caduti a New York sembrano toglierci l'illusione di non essere né "ebrei" né "crociati". Fioccano i distinguo. Si accendono improbabili seminari terminologici. Fatto è che avevamo espulso la guerra dal nostro orizzonte culturale. Non avevamo assimilato la lezione dei Balcani, qui, nel nostro cortile di casa. Ma non vale perdere tempo in dotte dispute semantiche. C'è, almeno per ora, un salto qualitativo fra la guerra dei soldati americani, pronti a morire sul terreno, e la nostra "guerra", che di fatto si limita al sostegno politico, logistico e di intelligence a quella che preferiamo concepire come una super-operazione di polizia internazionale. Per poter contare nella Nato e sulla Nato come garanzia di ultima istanza; per poter aiutare gli americani in questa guerra/operazione di polizia; per evitare che diventi un assurdo, suicida scontro di religioni; per spingere Bush ad allargare il cerchio delle alleanze, a non cedere all'isteria antislamica e a calibrare la risposta all'aggressione - per queste e mille altre buone ragioni possiamo schierarci da una parte sola. La nostra.

  13. #13
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage



    [...]
    Ancor vi dico che in questa Grande Erminia è l'arca d(i) Noè in su una grande montagna, ne le confine di mezzodie in verso il levante, presso al reame che si chiama Mosul, che sono cristiani, che sono iacopini e nestarini, delli quali diremo inanzi. Di verso tramontana confina con Giorgens, e in queste confine è una fontana, ove surge tanto olio e in tanta abondanza che 100 navi se ne caricherebboro a la volta. Ma egli non è buono a mangiare, ma sí da ardere, e buono da rogna e d'altre cose; e vegnoro gli uomini molto da la lunga per quest'olio; e per tutta quella contrada non s'arde altr'olio.
    [...]



    [Marco Polo; il Milione; XXI]

  14. #14
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    [Quattroruote; Dicembre 2002]

    Grillo e la "Smile"

    SE BASTASSE UN SORRISO...

    Divertente e provocatorio come sempre, il Beppe Grillo che abbiamo visto su Canale 5 nel corso della puntata di "Striscia la notizia" di giovedì 19 dicembre. Sull'automobile, però, sarebbe ancora più efficace se s'aggiornasse un po'.

    Davanti ai cancelli dello stabilimento di Mirafiori, parlando agli operai Fiat, il comico genovese ha rispolverato un vecchio prototipo di Greenpeace del 1996, la "Smile", e ha detto in sintesi: eccola qui, l'auto ecologica, due litri ogni cento chilometri percorsi, quella che le Case non avrebbero interesse a costruire. Dite ai vostri capi che avete avuto un'idea che gli farà fare soldi a palate.

    Un'idea? Del 1996? Nemmeno un dubbio di arrivare con una proposta un po' vecchia? Oggi, probabilmente, la "Smile" inquina più delle attuali vetture Euro 3, mentre molti costruttori – pressati dalle normative antinquinamento – sono già arrivati ad anticipare la direttiva Euro 4 (in vigore dal 2005 per le vetture di nuova immatricolazione). Le Case più lungimiranti, poi, da tempo investono un sacco di soldi sulle propulsioni alternative. Se la "Smile", con motore bicilindrico di 348 cm³ e carrozzeria alleggerita, fosse un miracolo di tecnologia, forse il gruppo Volkswagen non si sarebbe svenato per produrre l'auto da tre litri per cento chilometri (sono in listino la "Lupo 1.2 TDI 3L" e l'Audi "A2 1.2 TDI") e per sperimentare quella da un litro ogni cento chilometri percorsi.

    Nel 1996, mentre due ingegneri svizzeri, modificando una Renault "Twingo", creavano la "Smile" su commissione di Greenpeace, Toyota s'apprestava a mettere in commercio la prima auto ibrida benzina-elettricità della storia, la "Prius". Un'auto che oggi è venduta anche in Italia, costa ancora cara perché alti sono i contenuti tecnologici e gli investimenti richiesti, ma i cui prezzi scenderanno con l'aumento dei volumi produttivi. Toyota ha in listino in Giappone altri due modelli ibridi e nei prossimi anni offrirà qualcosa di analogo su tutta la gamma, mentre Nissan ha comprato la stessa tecnologia e Honda ne ha sviluppata in proprio una simile.

    Queste sono automobili vere, che si possono acquistare, che ti portano avanti e indietro in città, ma anche al mare o in montagna o in giro per l'Europa, senza compromessi. Ci sono altre strade, magari più semplici, per coniugare produzione automobilistica e ambiente? "Quattroruote", da sempre attenta a questo tema, già nel 1996 chiese ripetutamente a Greenpeace di poter provare l'auto, ma invano. Visto che il simpatico Beppe Grillo se ne fa oggi testimonial, gli lanciamo un appello: che ci porti lui la macchina. La proveremo assieme.


  15. #15
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Gli ultimi dati disponibili che ho trovato.
    Visto che si è molto parlato di Chiesa ecco qui qualche cosa che centra. Sono solo numeri.
    la ricerca completa la trovate qui http://www.agcom.it/sondaggi/dox/ISPO_18 _11_02.doc

    _____________________

    Le istituzioni verso cui gli italiani hanno più fiducia

    L'elenco che segue contiene alcune istituzioni politiche del nostro Paese. Esprima il suo grado di fiducia rispetto a ciascuna di esse, utilizzando una scala da 1 a 4, tenendo presente che

    4=moltissima fiducia
    3=molta fiducia
    2=poca fiducia
    1=pochissima fiducia
    0= non so

    % DI RISPOSTE “MOLTA/MOLTISSIMA FIDUCIA % DI RISPOSTE ‘NON SO’
    Presidente della Repubblica 60 11
    Carabinieri Polizia 59 11
    Chiesa Cattolica 55 10
    Unione Europea 45 14
    Magistratura 42 10
    Scuola Università 39 13
    Pres. Del Consiglio 35 11
    Reti Mediaset 35 10
    Governo 35 11
    Stampa 34 11
    Rai 29 10
    Sindacato 28 13
    Confindustria 22 16
    Banche 22 13

    (base: totale intervistati=4679)

    Le tre istituzioni più popolari

    Anno 1999 Maggio Giugno Ottobre Dicembre

    Presidente Ciampi 60 55 55 52
    Chiesa Cattolica 57 58 56 54
    Carabinieri e Polizia 60 58 59 56

    Anno 2000 Gennaio Marzo Maggio Novembre

    Presidente Ciampi 53 45 43 46
    Chiesa Cattolica 54 51 50 49
    Carabinieri e Polizia 55 53 54 50

    Anno 2001 Gennaio Marzo Maggio Novembre

    Presidente Ciampi 48 51 58 58
    Chiesa Cattolica 50 48 46 53
    Carabinieri e Polizia 52 54 52 57


    Anno 2002 Gennaio Marzo Maggio Novembre

    Presidente Ciampi 56 60 61 60
    Chiesa Cattolica 53 54 54 55
    Carabinieri e Polizia 57 59 61 59

  16. #16

    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    D'estate i piccoli Neroni crescono


    di Vincenzo Tessandori

    Incendi dappertutto, dall'Atlantico all'Elba
    Manco uno, però, è effetto dell'autocombustione
    Tutta colpa dei disturbi della personalità
    Perché il fascino del fuoco è un impulso sessuale


    Siamo tutti Nerone. Anzi, no. Basta uno sguardo sul Vecchio Continente e il dubbio rischia di diventare certezza. Più che l'Europa delle Patrie, così cara a Charles De Gaulle, sembra l'Europa dei roghi. E i roghi, si sa, non scoppiano mai da soli, neppure in tempi di caldo torrido. Preoccupa, piuttosto, che diventino familiari termini ai più oscuri: buco nell'ozono, gas ozono, effetto serra, troposfera, clima tropicale, tropicalizzazione.

    Il fatto è che ci son fiamme dappertutto, dall'Atlantico ai Balcani. I bilanci sgomentano, tanto più che son provvisori perché col fuoco non si può mai sapere. Una piaga enorme, 54 mila ettari, segna il Portogallo, e ci sono state 11 vittime; la Spagna guarda incredula quei 27 mila ettari inghiottiti dalle fiamme di cui 15 mila nell'Estremadura, che è la regione più povera; la Francia ha contemplato impotente diventare deserto 8 mila ettari di un giardino ridente chiamato Costa Azzurra: e anche qui quattro persone sono morte. O più esatto sarebbe dire assassinate perchè qualcuno i fuochi li ha appiccati.

    Piccoli Neroni crescono e, purtroppo, si moltiplicano: fra Lucca e la Versilia ne hanno preso uno, ha solo 16 anni, per questo c'è chi ha osservato un giusto rispetto per la sua identità, peccato che lui non ne abbia mostrato neppure un po' per il mondo che lo circonda. Poi ci son quelli che hanno dato fuoco a un bosco in Cadore e quelli dell'Elba dove per la seconda notte di seguito il monte Perone e le Calanche, nel cuore dell'isola, parevano gl'inferi: ecco, questi, forse, non sono soltanto piromani, ma criminali. Perché l'obiettivo pare il parco, la sua cancellazione.

    Perché ci sono gli uni, affetti da una precisa patologia, e gli altri che seguono istinti assolutamente diversi. Su questo Annibale Crosignani non ha incertezze. Psichiatra, primario emerito all'ospedale torinese delle Molinette, per anni ne ha diretto il reparto carcerario. Premette: «La piromania è una malattia che rientra nel discontrollo degli impulsi, in questo caso si tratta di appiccare il fuoco. Naturalmente ne esistono altre, per dire, la patologica passione per il gioco d'azzardo; la cleptomania; la poriomania che è l'impulso a correre sempre, insomma Forrest Gump; l'omiomania ovvero l'incapacità a resistere al desiderio di acquistare qualcosa, come quella show girl che ha già comperato 600 paia di scarpe; la clastomania, voglia irrefrenabile di spaccare quel che si trova a portata di mano.

    Rientrano tutti nei disturbi della personalità: chi ne soffre non è un pazzo, ma neppure una persona normale. Fino ad oggi il campo più esplorato è quello che riguarda il gioco d'azzardo». Ma come, professore, è più importante la pallina della roulette di un piromane? «Alcuni sono celebri, lo sappiamo, ma poco studiati. Eppure è un campo vasto e interessante. Si sa che la piromania colpisce più l'uomo della donna, con percentuali che variano da cultura a cultura per esempio, da uno studio recente è emerso che in Germania la maggioranza dei piromani sono maschi, in Francia il numero fra maschi e femmine si equivale. Per l'Italia non esistono statistiche attendibili».

    Il che non vuol dire molto perché anche nel Bel Paese il numero di chi non riesce a resistere all'impulso di ridurre qualcosa in cenere appare assai alto. Ma perché, professore, un piromane ha nella testa questo oscuro oggetto del desiderio? «E' attratto dall'idea di incendiare in modo liberatorio, eppoi la finalizza. Dal momento della nascita di quell'idea, in lui la tensione sale fino a quando fà, realizza, e allora quella si placa, lui raggiunge uno stato di estasi, prova un piacere quasi sessuale.

    Ha un fascino enorme tutto ciò che riguarda il fuoco; fiammiferi, torce, inneschi, qualsiasi strumento. Tant'è che molti di coloro che subiscono quel fascino vanno nei pompieri dove le loro voglie sono appagate e ovviamente la disciplina le inquadra così che riescono a sublimare e controllare l'istinto. Numerosi piromani danno l'allarme appena appiccato il fuoco, aiutano i vigili del fuoco, si fanno in quattro per spegnere le fiamme: tutto ciò perché ormai sono felici, appagati. Ho avuto un malato a Torino che aveva incendiato dieci auto e, ogni volta, chiamava lui la polizia.

    Tutto questo ragionamento riguarda il piromane puro, quello che da fuoco non per un vantaggio economico, né per una ideologia politica, né per un atto criminale: si tratta spesso di persone semplici, di basso quoziente intellettivo, che possono manifestare segni di cattiveria o crudeltà verso gli animali. Asociali».

    Bene, anzi, male: ma ciò detto che cosa è possibile fare? «Ben poco. Certo, se uno li prende, oltre alla condanna potrebbero esser sottoposti a una terapia comportamentale. In ogni modo il discontrollo nasce quando uno è ancora bambino ed è allora che si dovrebbe intervenire, per questo è estremamente difficile. D'altra parte il fascino del fuoco è enorme, per Freud è simile all'atto sessuale, la fiamma che brucia come il pene.

    E pensiamo al mito greco di Prometeo, che donò il fuoco agli uomini e mandò fuori dai gangheri Zeus, oppure al filosofo Empedocle che si tuffò nell'Etna convinto che le fiamme fossero un elemento magico di metamorfosi, o ancora l'araba fenice che risorge dalle sue ceneri. E l'orgia di fuoco nella quale l'imperatore Nerone annegò Roma? Ancora: il richiamo che esercitava su San Francesco, o su Cecco Angiolieri: chi non rammenta "S'io fossi foco brucerei il mondo"? O su Gabriele D'Annunzio che nella "Nave" dice: "La fiamma è bella"? Quindi, le pulsioni della Chiesa, l'idea dell'inferno, le streghe al rogo. Eppoi gli dei delle mitologie nordiche, Hitler che chiede: "Parigi brucia?", e sogna una fine fra le fiamme del Reichstag, come gli dei del Vahalla». Insomma, siamo ossessionati da quella domanda: siamo tutti Nerone?

    (7 AGOSTO 2003, ORE 10)



  17. #17
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Tratto da Robert Cialdini "Le armi della Persuasione"

    Principio Nr. 6: L’autorità

    Uno degli esperimenti più agghiaccianti nella storia della psicologia è quello di Milgram. In questo esperimento 40 soggetti presero il ruolo di istruttori. Dietro ad una tenda, si nascondevano gli allievi che in realtà erano i complici del ricercatore, il quale con il suo camice bianco stava affianco all’istruttore. Nell’ottica dell’istruttore, l’allievo era legato a degli elettrodi e riceveva una scarica elettrica ogni volta che sbagliava una risposta. La scarica elettrica aumentava di errore in errore di 15 volt. In realtà l’allievo non riceveva alcuna scarica elettrica. Nel suo ruolo d’attore, doveva però simulare di riceverle, come pure doveva sbagliare con una certa frequenza le risposte. La domanda è: di questi 40 soggetti, quanti sono arrivati a fornire scariche da 450 volt , ossia il massimo? Spieghiamo che da 75 volt il dolore si fa abbastanza intenso (e l’attore lo faceva notare con urli e lamenti) e diventa rapidamente straziante. I risultati sono paurosi: i 2/3 del gruppo sperimentale avrebbe dato scosse elettriche da 450 volt, ossia fino a quando il ricercatore non aveva detto basta. Solo una minoranza, a partire da 300 volt, dopo avere udito che l’allievo non avrebbe più risposto ad alcuna domanda, si fermò.

    Questo risultato stupì tutti, a partire dallo stesso Milgram. Infatti prima della ricerca, chiese a colleghi, laureandi e specializzati quanti istruttori avrebbero raggiunto la nefasta quota di 450 volt e tutti si fermarono a valori attorno al 1-2% (un gruppo di 39 psichiatri diede una percentuale di uno su 1000. Si formularono diverse ipotesi per spiegare questo comportamento. Ciò che si scopri con analisi successive e nuove ricerche era che

    il sesso non giocava alcun ruolo (donne e uomini si comportano in maniera simile)
    i partecipanti sapevano dei rischi presunti corsi dall’allievo (in una versione successiva dell’esperimento, gli allievi dovevano affermare che in seguito a problemi cardiaci, il cuore gli stava per cedere, ma cio nonostante il 65% degli istruttori compì il suo "dovere" fino alla fine),
    i partecipanti erano persone normalissime, come gli esami sulla personalità hanno potuto dimostrare.
    In effetti i partecipanti, gli istruttori, soffrivano immensamente nell’eseguire il compito imposto. Pregavano il ricercatore di interrompere l’esperimento, tremavano, sudavano, balbettavano proteste, si conficcavano le unghie nella carne, si mordevano le labbra fino a farle sanguinare, si stringevano la testa tra le mani ecc.

    E dunque cosa spiega il fatto che gli istruttori non riuscissero ad opporsi al volere del ricercatore?
    Milgram

    La risposta sta nell’autorità. Abbiamo difficoltà ad opporci all’autorità. E Milgram verificò la sua ipotesi:

    In una ricerca successiva, il ricercatore diceva all’istruttore di smettere con l’esperimento e l’allievo chiedeva di andare avanti, ben sapendo che ad ogni risposta sbagliata, avrebbe ricevuto, fosse stato tutto vero, una scarica elettrica più forte. In questa situazione, tutti gli istruttori si rifiutarono di fornire nuove scariche elettriche, se a chiederle era solo il compagno. Stesso risultato in un’altra versione, in cui il ricercatore faceva parte dell’allievo (ricercatore-allievo) e un’altra persona (senza autorità dunque) diceva all’istruttore di continuare con la ricerca. Come il ricercatore-allievo diceva stop, la ricerca era conclusa.

    Altra variante era quella con due ricercatori di opinione opposta che dicevano all’istruttore di smettere rispettivamente di continuare con l’esperimento. L’istruttore veniva messo in una forte insicurezza da questo "litigio" tra le autorità. Implorava affinché dai due arrivasse un ordine coerente e non riuscendo ad ottenerlo, cercava di capire che fosse più importante. Non riuscendo neanche in questo, si vedeva costretto a rifiutare di obbedire all’autorità e decideva per conto proprio. E così, seguendo il proprio istinto, l’istruttore interrompeva l’esperimento (Milgram, 1974).

    Con le parole di Milgram: "E’ l’estrema disponibilità di persone adulte a seguire fino all’estremo l’ordine di un’autorità, quella che rappresenta la principale scoperta di questo studio".

    L’esperimento di Milgram fu poi ripetuto in Olanda, Germania, Spagna, Italia, Australia e Giordania. I risultati furono simili (Meeus, Raaijmakers, 1986).
    L’autorità

    Episodi che si basano sul principio di autorità ce ne sono parecchi. Uno riguarda il tenente Calley ai cui ordini il suo battaglione massacrò un intero paese, dai bambini ai vecchi in Vietnam. Lo sterminio degli ebrei e di tanti altri innocenti è una lunga sequenza di episodi che si spiegano con questo principio.

    Per lottare contro l’invio americano di attrezzature militari in Nicaragua, Willson e due altri compagni si sdraiarono sulla ferrovia in California. Le autorità ferroviarie e militari furono avvisati di questa manifestazione tre giorni prima e i tre personaggi erano visibili sulle rotaie da alcuni chilometri di distanza. Ma l’equipaggio del treno aveva ricevuto l’ordine di non fermarsi. E in effetti il treno neppure rallentò, amputando le gambe del povero Willson, mentre gli altri due compagni fecero in tempo a scansarsi. Willson non li denunciò, prendendosela piuttosto con il sistema che aveva esercitato su di loro una forte ad obbedire. Il paradosso fu, che fu proprio l’equipaggio del treno a denunciare Willson per "l’umiliazione, l’angoscia e lo stress patiti perché lui non aveva consentito loro di eseguire gli ordini senza amputargli le gambe".
    Willson e il treno

    Da quando siamo stati bambini, abbiamo appreso che l’autorità va rispettata e che disubbidire è sbagliato. Lo stesso concetto lo troviamo nelle leggi, nel sistema politico e militare e in quello religioso. Per disubbidienza Adamo ed Eva furono scacciati dal paradiso e Abramo fu pronto ad uccidere il suo figlio (Isacco) perché Dio glielo aveva ordinato.

    E i vantaggi nell’ubbidire all’autorità ci sono: l’autorità, siano i genitori o altre figure, hanno spesso accesso al potere e alle informazioni e dunque dovrebbero sapere meglio di noi cosa fare e cosa conviene non fare. E in più se ubbidiamo, non dobbiamo pensare troppo, il che è un’altra comoda scorciatoia dallo stress di dovere riflettere e prendere decisioni.
    Come funziona

    Una figura di grande autorità è il medico. Quando il medico ha emesso la sua diagnosi e detto come procedere con un paziente, gli altri che stanno sotto di lui smettono per certi versi di pensare. Il che ha un risvolto drammatico: se il medico sbaglia, nessuno, a parte un medico di rango inferiore, glielo farà notare. Secondo uno studio dei prima anni 80 dell’ente federale americano che gestisce il bilancio della sanità, negli ospedali c’è un tasso medio di errori del 12%. Dieci anni dopo, una ricerca di Harward indica che il 10% degli arresti cardiaci, sono attribuibili ad errori di medicazione. L’obbedienza all’autorità spiega in gran parte questo fenomeno, come ci confermano due professori della facoltà di farmacia della Temple University, Michael Cohen e Neil Davis in Medication errors: Causes and Prevention. Un episodio è emblematico: il medico aveva ordinato delle gocce da somministrare nell’orecchio destro di un paziente sofferente d’otite. Il medico abbreviò la prescrizione scrivendo "r ear" al posto di "right ear". L’infermiera lesse "place in rear" e somministrò le gocce non nelle orecchie, bensì nell’ano. Malgrado l’assurdità della prescrizione, ne l’infermiera, ne il paziente mise in dubbio il procedimento.
    Medici

    Non soltanto noi ubbidiamo all’autorità. Anche le scimmie si comportano in maniera analoga: se un’innovazione parte dall’animale dominante, si diffonderà rapidamente il tutto il branco. Ma non sarà così se l’innovazione parte dal basso. In una ricerca di Ardry (1970, p.173) fu introdotta la caramella nel branco a partire dagli animali più giovani e gerarchicamente piazzati in bassp. Dopo 18 mesi soltanto il 51% del branco aveva cominciato a mangiare caramelle (e nessun animale alpha). In un altro branco fu introdotto il frumento e venne dato all’animale alpha. Entro 4 ore tutte le scimmie mangiavano frumento, anche se non era conosciuto prima dell’esperimento.
    Scimmie

    Ed ecco allora che un attore conosciuto travestito da medico, viene creduto e può far vendere con successo una marca di caffè decaffeinato. Il che implica che non soltanto l’autorità può influire sul nostro comportamento, ma anche la sua apparenza. I professionisti della persuasione lo sanno bene, e non potendo contare su un’autorità reale, la possono inventare per raggiungere i loro obiettivi. Ci sono almeno tre sistemi diversi:
    Tecnica

    Acquisire un titolo può richiedere anni di fatiche, ma al fine di influenzare i propri interlocutori ci si può fregiare di un titolo che non si fa, e il risultato tenderà ad essere lo stesso. Il titolo influisce anche sulla percezione dell’altezza. Wilson (196 ha fatto introdurre un uomo come visitatore proveniente da Cambriche in 5 classi universitarie dell’Australia. Nella prima classe assunse il ruolo di studente, nella seconda di addetto alle esercitazioni, nella terza come lettore, nella quarta come assistente e nella quinta come professore. Gli studenti dovevano alla fine valutarne l’altezza. Ad ogni passaggio di grado, veniva giudicato un centimetro più alto così che da professore risultava 5 centimetri più alto che da studente.

    Anche i bambini tendono a sopravvalutare la grandezza delle monete che hanno maggiore valore (Bruner, Goodman, 1947).

    E gli animali approfittano della grandezza per sembrare più minacciosi, importanti e forti. Alcuni inarcano la schiena e drizzano il pelo, i pesci estendono le pinne e si gonfiano d’acqua, gli uccelli arruffano le penne e agitano le ali. E comunque in generale la grandezza fisica è un elemento importante per stabilire la posizione sociale nel branco. Anche negli esseri umani, se si pensa che su 24 presidenti americani, in 21 elezioni su 24 il candidato più alto vinse.

    Anche gli esseri umani possono simulare questo principio indossando scarpe rialzate.

    I ricercatori dell’università del Midwest (Hofling, 1966), preoccupati dell’episodio sull’otite "retale" descritto in precedenza, ampliarono la loro ricerca. Un ricercatore fece la vece del medico e telefonò alle infermiere di 22 reparti facendo sempre la stessa comunicazione: somministrare ad un paziente 20 mg di un certo farmaco. Quattro motivi avrebbero dovuto mettere in guardia l’infermiera:

    la prescrizione telefonica viola la prassi dell’ospedale
    il prodotto non faceva parte del corredo farmacologico standard del reparto
    il dosaggio prescritto era pericoloso (sulla confezione vi stava scritto dose massima al giorno: 10 mg)
    la direttiva veniva da un perfetto sconosciuto.
    Morale: il 95% delle infermiere eseguì l’ordine evidentemente sbagliato senza fiatare. Bastava dunque l’idea dell’autorità, ad eliminare anni di esperienza ed il buon senso professionale. Neanche il medico doveva presente; bastava chicchessia che si presentava con un titolo falso. Ad un altro gruppo di 33 infermiere, fu posta la domanda su come si sarebbero comportate loro in una situazione analoga. Solo due pensarono che si sarebbero comportate come il 95% della ricerca, il che è un buon esempio, su come non ci si renda conto di quanto l’autorità influenzi il nostro comportamento.
    I titolo

    Falsificare gli abiti è anche particolarmente semplice… ed efficace. In una ricerca di Bickman (1974) un uomo giovane chiedeva ad un passante di fare un’azione bizzarra, come raccogliere un sacchetto per terra o mettersi dall’altra parte del cartello ad una fermata dell’autobus. In alcuni casi questo uomo era vestito in maniera normale e nell’altra metà dei casi portava l’uniforme della guardia giurata. Morale: in questo secondo caso veniva obbedito molto di più. In un’altra versione si vede di come l’autorità funzioni anche dopo che si è allontanata. Il giovane uomo diceva ai passanti: "Vede quello là al parchimetro? Il tempo gli è già scaduto ma non ha più spiccioli. Gli dia una monetina". E poi si allontanava. Quando il passante raggiungeva il parchimetro, il giovane uomo era già lontano e fuori vista. Nel caso che l’uomo era vestito in borghese, solo il 42% gli ubbidì. Ma il 92% gli ubbidì se l’uomo era vestito da guardia giurata.

    Per modificare il comportamento della gente, bastano dei bei vestiti con camicia e cravatta. In un esperimento di Lefkowitz, Blake e Mouton (1955) un uomo nel Texas attraversava la strada col semaforo rosso. In metà dei casi era vestito particolarmente bene e nel secondo caso in modo normale. I risultati indicano di come quelli che si avventuravano nel traffico dietro al signore ben vestito erano tre volte e mezzo più numeroso degli altri.

    La tecnica dell’essere vestito bene e della guardia giurata si mescolano in una truffa fatta spesso a danno di vecchiette ignare. Un "ispettore bancario", vestito con camicia inamidata, scarpe di vernice, taglio classico del vestito, bella stoffa, toni neutri e sommessi si presenta a casa della vittima e spiega che ha trovato nei registri della sua banca delle irregolarità. Il conto della vedova potrebbe essere uno di questi ma per esserne sicuri, la vecchietta dovrebbe chiudere il conto portando a casa tutti i soldi. Spesso la vecchietta non telefona in banca per chiedere una verifica e va a prelevare i soldi in banca. Più tardi arriva una guardia giurata che si presenta con l’ispettore ad annunciare che tutto va bene e che il conto della vecchietta non è tra quelli che un sospetto signore x avrebbe manomesso. Con grande sollievo, l’ispettore ringrazia la vecchietta e dal momento che la banca è ora chiusa chiede alla guardia giurata di riportare i soldi in banca all’indomani per evitare alla signora dei nuovi disturbi. Ed ecco che spariscono guardia giurata, ispettore … e con loro i soldi che la signora non vedrà più.
    Abiti

    Oltre agli abiti e ai titoli, ci sono altri oggetti ed ornamenti che contribuiscono a creare l’aurea dell’autorità. Uno dei più importanti è l’auto. In una ricerca di Anthony Doob ed Alan Gross (196 si notarono di come gli americani avevano un rispetto sorprendente nei confronti di auto di lusso che non si decidevano a partire di fronte ad un semaforo diventato verde. Il 50% non fece nulla ed aspettò. Gli altri dopo un po’ di tempo cominciarono a clacsonare, ma sempre con un certo timore. Se invece a dover partire era un utilitaria economica, ecco allora che quasi tutti suonavano quasi subito, più volte e due la tamponarono.
    Ornamenti

    Per prima cosa dobbiamo renderci conto dell’enorme impatto che l’autorità ha sulle nostre azioni. Questo fatto viene spesso sottovalutato… e di molto. Poi si tratta di capire se l’autorità di una persona ha qualche legame con la situazione in cui ci troviamo. Sarebbe stupido dire di no a qualsiasi forma di autorità, in quanto chi ce l’ha spesso ne sa di più degli altri. Se un attore travestito da medico, ci informa degli effetti nocivi della caffeina e dunque ci consiglia di bere il caffè decaffeinato, ecco che l’autorità di questa persona ha poco che a vedere con il caffè. L’attore sarà competente in questioni che riguardano l’arte della recita, ma di certo non capisce molto di medicina e fisiologia umana.

    Un altro problema ancora è se l’autorità fa il proprio interesse o quello dell’utente che lo contatta. Delle ricerche indicano (Choo, 1964, McGuinnies e Ward, 1980) di come questa differenziazione la facciamo: ci facciamo influenzare molto di più da esperti percepiti come imparziali da coloro che paiono avere un tornaconto nella contrattazione.

    Ma i professionisti della persuasione lo sanno e sanno anche come aggirare l’ostacolo. Ammettono qualche inconveniente (marginale) del loro prodotto, dando l’impressione di parlare contro i loro interessi. Così facendo gli utenti hanno l’impressione che il persuasore sia imparziale e dunque credibile. Una tecnica simile viene usata anche da certi camerieri con i gruppi: il cameriere guarda furtivamente verso l’ufficio del proprietario e poi si avvicina al tavolo sussurrando con l’aria di chi sta cospirando contro l’autorità, che un certo piatto oggi non è particolarmente buono, ma un altro che costa leggermente di meno è eccellente. Ed ecco tanti principi agire contemporaneamente: reciprocità (aiutato i clienti ad ordinare con preziose informazioni), autorità per competenza (riuscito a presentarsi come colui che sa cosa è buono e cosa non lo è), argomentazione contraria ai propri interessi (consigliato un piatto un po’ meno costo degli altri).

    Il cameriere si rifà poi sul vino (buono, ma soprattutto costoso) e sul dessert che probabilmente non sarebbe stato ordinato, non fosse stata usata questa tecnica. E così i camerieri riescono ad accrescere enormemente il conto dei clienti, le mance personali e tutto ciò senza mostrare alcun interesse per il proprio profitto personale.

    Altre tecniche che usano i camerieri per aumentare il loro guadagno sono differenziate a dipendenza di chi si presenta: con una famiglia, il cameriere tende a fare il pagliaccio per il bambino, al primo appuntamento galante di una copia, il cameriere assume un tono formale, quasi superiore, rivolgendosi solo all’uomo intimidendolo e inducendolo a mance più grandi, nel caso di una copia più attempata, il tono era informale, ma meno imperioso e rivolto sia all’uomo che alla donna. Infine nel caso di avventori solitari, il comportamento tende ad essere più amichevole, confidenziale e cordiale.


  18. #18
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Applausi ai funerali: la banalità di un tempo che ignora il Dies irae

    Sulle probabili origini di un discutibile uso



    di Paolo Zolli
    da "Messaggero Veneto", Udine, 29 settembre 1988, riprodotto parzialmente in "notizie", Torino, n° 144, 1989, pp. 5-6, ora, integralmente in "Civitas Christiana" n° 22-26, 1999-2000, pp. 21-23





    Non so adoperare il calcolatore elettronico, mi servo ancora di schede e schedine conservate in scatole da scarpe (sono comodissime) per tenere nota dei materiali e delle notizie necessari al mio lavoro, ma sopra tutto ho ancora una buona memoria e la mia biblioteca personale è abbastanza ordinata. Così, quando ho letto sul "Messaggero Veneto del 13 settembre scorso [1988] la lettera di Liana Job sul battimani ai funerali, considerato "una moda venuta dal Sud ove le sceneggiate sono di casa", mi sono ricordato che da qualche parte c’era chi, tempo fa, aveva scritto sull’argomento. Non sarei però andato alla ricerca del pezzo, se un altro lettore, Mario Giudice, non fosse ritornato sul tema il 19 settembre, aggiungendo osservazioni sulla tradizione friulana degli spuntini dopo i funerali. Su quest’ultima abitudine non vorrei peraltro soffermarmi; ricordo soltanto che essa risale a tradizioni antichissime, pre-cristiane, di cui penso esista documentazione amplissima nei libri di etnografia.



    Per quanto riguarda invece l’uso del battimani in chiesa, e non soltanto ai funerali, ma anche ai matrimoni e in altre occasioni, qui non c’entrano né il Nord né il Sud (anzi credo che al Sud l’abitudine sia meno diffusa che al Nord, e qui sarebbe interessante poter disporre di informazioni più precise); in realtà si tratta di un’abitudine introdotta negli ultimi anni, quando i riti sacri, e i funerali in particolare, hanno perso l’aspetto solenne e sacrale di un tempo. Storia recente, storia minima, sulla quale non possono esistere quindi ricerche sistematiche, ma sulla quale è bene incominciare a prendere appunti, a fissare sulla carta dati precisi, perché chi come me si occupa di tradizioni popolari, di storia della vita privata e simili, sa quanto sia arduo reperire, a distanza di tempo, indicazioni precise sul momento in cui certe consuetudini si sono introdotte.



    Sull’argomento, a ogni modo, si era soffermata (la bibliografia che ho recuperato è tutta qui) Anna Belfiori, prematuramente scomparsa il 17 febbraio scorso, in un articolo pubblicato nel numero di agosto-dicembre 1978 della rivista "Una voce". "In questi ultimi tempi - scrive la Belfiori - sempre più spesso capita di dover assistere a scene di popolo plaudente nei momenti meno adatti. Ricordo il primo applauso che mi colpì, perché mi apparve fuori luogo: fu ai funerali di Anna Magnani. Eravamo abituati a salutare i morti in silenzio, con una preghiera, e quell’applauso scrosciante mi sembrò inopportuno, stonato. Da allora diventò consuetudine applaudire ai funerali. Non solo quando si trattava di attori, per i quali l’applauso poteva essere inteso come un ultimo tributo alla loro arte, prima che su di loro calasse definitivamente il sipario: scena ultima, atto ultimo, ultima replica. Questo malvezzo è dilagato e ora non ci sono pubbliche esequie che non risuonino di applausi". Continuava la Belfiori ricordando gli applausi ai funerali di Aldo Moro, che furono "esplosione della tensione accumulata in quei lunghi, tragici mesi, ma segno di una emotività incapace di trasformarsi in commozione autentica, in dolore consapevole", e quindi, siamo nel 1978, l’anno dei tre Papi, gli ancor più incredibili applausi ai funerali di Paolo VI e di Giovanni Paolo I: "Se applaudire la salma d’un attore - concludeva l’articolo - era segno di superficialità; se applaudire il cadavere di un uomo politico, morto in circostanze tanto drammatiche, era una prova dell’incapacità di riflettere, di raccogliersi, applaudire la salma di un Pontefice mi è sembrato un atto di dissacrazione, di irriverenza", conclusioni su cui non si può non essere d’accordo.



    Anna Magnani è morta nel 1973 ed è molto probabile che sia proprio questa la data d’introduzione di questo nuovo rito. Da appena otto anni erano caduti il Dies irae, l’In paradisum deducant te angeli, il Libera me Domine, i grandi canti di terrore ma anche di commossa speranza, di fronte ai quali un applauso sarebbe potuto provenire soltanto da un nemico feroce del morto, non certo da chi ne aveva condiviso gioie e dolori. Il battimani infatti non si concilia né con la morte vista quale dramma, né con la morte vista come uno di quei momenti solenni ai quali l’unico commento è il silenzio, la "quiete solenne della morte" di cui parla con frase insuperabile il Manzoni: quiete, non applausi a scroscio. Il battimani non poteva che nascere dopo le riforme del 1965 e del 1969, quando si è sostituito il nero col viola e il latino col volgare nella messa funebre (ma almeno quella di Giovanni Paolo I ricordo fu celebrata, anzi ohimé concelebrata, col nuovo rito, ma completamente e perfettamente in latino con grande compunzione dal cardinal Confalonieri).



    La data 1973 ha buone probabilità di essere il terminus post quem, anche perché in un articolo di un grande giornalista come Vittorio G. Rossi, pubblicato nel numero del primo aprile di quello stesso anno del settimanale "Epoca" e dedicato alla perdita del senso del sacro nella nuova messa funebre, a questo aspetto non si fa ancora cenno. Se a quella data l’uso del battimani fosse già stato introdotto, Vittorio Rossi ne avrebbe certamente parlato, dato che l’articolo è lungo e circostanziato, e sotto certi aspetti perfido ("Quelli che hanno fatto la messa nuova, hanno capito che non bastava sfrattare il latino, ma per dare più spiritualità alla messa hanno inventato la stretta di mano. È la cosa più comica che sia mai stata fatta in una chiesa cattolica. Ci sono vecchie pettegole che si voltano indietro alla ricerca di altre mani da stringere; non gli bastano quelle laterali. Ma io guardo in su, non vedo mani da stringere; il teatro in chiesa non mi è mai piaciuto"). Non so se Vittorio Rossi fosse credente e praticante, ma è certo che la perdita di solennità del rito è stata percepita forse più dai laici che dai cattolici. Un laico di indubbia intelligenza come Luigi Firpo, in un articolo apparso sulla "Stampa" di Torino si dichiara anche lui esterrefatto dopo aver assistito a una messa funebre di nuovo tipo: "Assisto a una messa a Roma, in S. Lorenzo al Verano. Entra l’officiante con i paramenti violacei del lutto, ma è un viola pallido da giardino dei lillà, preoccupato di non alludere al cordoglio, di dare alla morte i colori di una festa campestre. Il prete è giovane, intenso, eloquente; eppure mi disturbano le sue scarpe gialle, i pantaloni di grisaglia chiara che gli sbucano sotto il camice, i capelli lunghi dal taglio mozzo e senza ombra di chierica, l’aria di giovane executive che passava di lì per caso e si presta a dire due parole".



    E in una finissima nota apparsa nello stesso giornale il 17 gennaio di quest’anno, Guido Ceronetti, contrapponendo la solennità tuttora persistente nel rito ortodosso allo harakiri liturgico della Chiesa d’Occidente, dichiara che "qualche volta echeggiano note d’organo, ma per accompagnare parole il cui senso melenso può essere offerto in omaggio a Lucio Dalla" e conclude: "uscendo da questi luoghi profanati dall’insulsaggine, ripiglio fiato canticchiandomi un po’ di Dies irae, la più bella, la più attuale delle Internazionali". Già, ma per fare queste cose bisogna avere l’intelligenza e lo spirito d’indipendenza di Ceronetti, gli altri battono le mani.

  19. #19
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    La scomparsa dell'Italia industriale
    10/06/2003


    di Pier Luigi Tolardo

    [Articolo tratto da ZEUS News - Notizie dall'Olimpo informatico]

    Il sociologo Luciano Gallino analizza il declino industriale del nostro Paese.

    Luciano Gallino è uno dei maggiori sociologi italiani, specializzati in sociologia del lavoro e dell'organizzazione aziendale, autore di un fondamentale "Dizionario di Sociologia", tradotto in moltissime lingue. La sua ultima fatica è un breve (100 paginette) ma documentato e incisivo, brillante e caustico, saggio sulla deindustrializzazione in corso del nostro Paese dal titolo eloquente: "La scomparsa dell'Italia industriale".

    Luciano Gallino presenta con dati di fatto, oggettivi ed inconfutabili, la realtà del nostro Paese: l'Italia non possiede più una grande industria manifatturiera nell'informatica, nel settore aerospaziale, nella chimica, nell'elettronica di consumo e nell'automobile.

    Nell'elenco della rivista americana "Fortune" dedicato alle prime 500 società del mondo, per grandezza di fatturato (si badi bene e non per capitalizzazione di borsa) c'è solo una azienda industriale italiana, ed è la Fiat, che si trova al 49° posto (tre anni prima stava al 33° posto).

    Non vi è più un'industria chimica, dopo che la chimica italiana negli anni 60 è stata fra le prime del mondo (gli anni di Natta e Fauser). Al 145° posto c'è l'Olivetti (che è sparita in questi giorni come società a sé stante ed è fusa con Telecom Italia) che non figura come azienda industriale ma come la finanziaria di Telecom Italia. Nell'elenco figurano, invece, numerose imprese industriali di paesi molto più piccoli dell'Italia: Olanda, Svizzera, Svezia, Finlandia.

    Altri dati significativi sono questi: consideriamo il numero di domande di brevetto per milione di abitanti nell'Unione europea dove l'Italia è al dodicesimo posto su quindici: 74 domande di brevetto per un milione di abitanti contro le 133 del Regno Unito, le 145 della Francia e le 309 della Germania o le 151 del Belgio, le 174 dell'Austria, le 242 dell'Olanda, le 211 della Danimarca e, infine, le 337 della Finlandia e le 366 della Svezia. A questo si aggiunge che solo il 10% delle domande di brevetto italiane presentate allo European Patent Office (Epo) nel 2002 riguardavano apparati o prodotti high-tech.

    Luciano Gallino boccia anche le facili interpretazioni che vogliono spiegare la riduzione di peso ed importanza dell'industria italiana alla crescita della società del terziario avanzato e non: nell'elenco di Fortune tra le prime dieci corporation ben cinque sono manifatturiere e la realtà è che i servizi crescono e si sviluppano per l'industria e con l'industria.

    Il "mito" del "piccolo è bello" rischia di mettere ai margini il Paese: le piccole e medie imprese non possono sostenere gli ingenti investimenti in ricerca e sviluppo senza i quali non c'è innovazione tecnologica, ci si riduce ad essere solo importatori di tecnologia ed "esportatori di cervelli", di ricercatori e lavoratori con alta professionalità.

    Luciano Gallino si chiede con caustica ironia: "Non è stata impresa da poco, aver lasciato scomparire interi settori produttivi nei quali si eccelleva: né aver mancato le opportunità per riuscirvi in quelli dove esistevano le risorse tecnologiche e umane per farlo. Sembra lecito chiedersi come ci si è riusciti. questo saggio prova a delineare alcune risposte. Con l'auspicio di veder ricomparire una politica industriale, volta a favorire l'occupazione ad alta intensità di conoscenza e uno sviluppo più autonomo ed equilibrato di tutto il paese".

    In questa dichiarazione, oltre a tracciare l'intento di ricostruzione storica del saggio, Gallino esplicita chiaramente la sua tesi: le tante grandi riforme strutturali che destra e sinistra invocano, e soprattutto gli industriali a gran voce reclamano, cioè la riforma fiscale, del mercato del lavoro e delle pensioni, non servono a risolvere i problemi della crisi industriale del nostro Paese che richiederebbe una politica industriale, che altri Paesi invece hanno fatto e fanno. Anzi, sostiene Gallino, immettere altra flessibilità nel mondo del lavoro non serve se non c'è sviluppo anzi è funzionale ad un modello di bassi salari, forte precarietà in settori industriali maturi se non obsoleti, sempre più spiazzati dalla concorrenza dei paesi in via di sviluppo mentre servirebbe più lavoro qualificato e ben retribuito in settori a forte valore aggiunto e contenuto professionale.

    Già nel primo capitolo del libro viene ricostruita la storia della liquidazione dell'informatica italiana, dai giorni dell'eccellenza determinata dalla genialità di un imprenditore come Adriano Olivetti (di cui Gallino è stato un giovanissimo collaboratore, tra gli intellettuali chiamati ad "umanizzare" la fabbrica) al momento in cui gli industriali e i finanzieri che vennero dopo Olivetti non vollero più investire in ricerca ed innovazione, considerando l'informatica di Olivetti "un neo da estirpare" per usare le parole che Vittori Valletta, allora amministratore Fiat e nuovo azionista Olivetti.

    Dall'"Elea 9003", primo calcolatore elettronico interamente progettato e costruito in Italia nel 1959, seguito dal 6001 fino all'antesignano del Pc, nato in Italia nel 1966, la P101, costruita in serie fino al successo internazionale dell'M 24 dell'Olivetti già debenedettiana del 1984. La storia dell'Olivetti è una storia di occasioni mancate, di successi incompiuti, di invenzioni brillanti ma mai sostenute da un impegno finanziario adeguato da parte della comunità imprenditoriale privata e dalla domanda pubblica come invece è avvenuto, per esempio, in Francia.

    Nella vicenda dell'informatica, ma anche in quella dell'automobile, ha pesato di più l'ottusità, la mancanza di volontà di rischiare, l'egoismo del breve termine di azionisti e finanzieri privati mentre nel settore dell'elettronica di consumo, che oggi vede gli italiani grandi consumatori di telefonini e DVD progettati all'estero, ha pesato l'arretratezza della politica italiana che ha soffocato la promettente industria italiana dei televisori, facendo partire la Tv a colori con dieci anni di ritardo rispetto agli altri Paesi europei e non.

    La bella e convincente analisi di Gallino coincide con molti passaggi della recente relazione del Governatore della Banca d'Italia Fazio: in Italia si investe troppo poco in ricerca e formazione, abbiamo troppo pochi laureati, i nostri lavoratori sono meno formati dei nostri concorrenti europei, di quelli che entreranno nell'Unione Europea dall'Est, e, perfino, dei Paesi extracomunitari. Questo perché le aziende italiane sono troppo piccole, non vogliono uscire dalla dimensione familiare (perché chi le controlla ha paura di non riuscire più a farlo), e così non hanno le risorse finanziarie per fare ricerca ed innovazione. Non è un caso che Governo ed industriali che, negli anni scorsi, avevano fatto a gara a lodare il governatore quando chiedeva il taglio delle pensioni o esprimeva apprezzamenti al Governo e critiche ai sindacati si siano risentiti per questi giudizi duri ma realistici o non li abbiano nemmeno raccolti.

    Scheda
    Titolo: La scomparsa dell'Italia industriale
    Autore: Luciano Gallino
    Editore: Einaudi
    Prezzo: 7 Euro

  20. #20
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Il caso Sokal
    Tori nevrotici, fluidità femministe e imbarazzanti silenzi
    di Federico Pedrocchi



    Articoli ne sono apparsi, sul caso Sokal. Non tanti, ma si sono visti anche sulle pagine culturali di quotidiani, quindi con un impatto potenziale che avrebbe dovuto dimostrarsi sufficiente a generare un gran botto. Invece, di rumore se n'è sentito poco e arrivati ad oggi si galleggia nel silenzio.
    Alan Sokal, brillante fisico americano e personaggio noto per il suo atteggiamento poco accademico, ha scritto un libro insieme con Jean Bricmont, belga, fisico pure lui: Frodi intellettuali, il titolo nell'edizione francese dell'ottobre 97. Ora esce anche l'edizione americana.

    Il libro raccoglie citazioni da saggi di famosi intellettuali francesi; Deleuze, Guattarì, Lacan e altri ancora. L'attenzione è posta all'uso che in questi saggi si fa sia di concetti che di strumenti ricavati dalle scienze fisiche e matematiche. E quest'attenzione ha prodotto segnalazioni sorprendenti; alcune che possono aprire ad un dibattito d'opinioni, altre che non possono che suscitare sconcerto totale. Sparse in letture separate e lontane fra loro non hanno suscitato attenzione, finora; raccolte in un solo testo fanno, come si dice, il loro bell'effetto.

    In Francia, ovviamente, c'è stato un consistente dibattito nei primi mesi d'uscita del libro. I saggi citati da Sokal/Bricmont sono tratti da opere di francesi. Fuori della Francia - anche in Italia, per esempio - se n'è parlato e se ne parla poco. La sensazione è che il silenzio sia motivato da non pochi timori.



    Veniamo alla sostanza. La questione si è sviluppata, nei suoi toni più moderati, intorno a brani come il seguente, scritto da Jean Baudrillard:

    "Forse la storia stessa deve essere interpretata come avente una natura caotica, nella quale l'accelerazione mette fine ad ogni linearità, e la turbolenza generata dall'accelerazione fa definitivamente deviare la storia dalla sua fine, proprio come tale turbolenza allontana gli effetti dalle loro cause".

    Sokal e Bricmont sostengono che l'uso, in casi come questo, di terminologie mediate dalla fisica è totalmente fuori luogo, non solo perché applicato a fenomenologie che nulla hanno a che vedere con quelle che l'hanno generato, ma anche perché è confusa la stessa trasposizione, ove si mescolano accelerazioni, turbolenze, linearità. Insomma, un doppio pasticcio mortale.

    Alcuni (anche gli autori) protestano, soprattutto invocando la prevedibile - bisogna dirlo - decontestualizzazione: si tira fuori un pezzetto di un libro e si monta un'impalcatura polemica solo su quello.

    In altri casi ogni dibattito d'opinione è fuori luogo. Cita casi esplosivi Richard Dawkins, nella sua ampia recensione di Frodi intellettuali apparsa su Nature. E qui citiamo Dawkins, personaggio di rilievo nella biologia contemporanea, e Nature, la più prestigiosa rivisita scientifica in circolazione. Lo facciamo perché l'abbinata dovrebbe generare molto rumore. Invece, come si diceva all'inizio, c'è ancora molto silenzio.

    Dawkins cita Sokal che cita Lacan; e il brano di Lacan è il seguente:

    "Quindi, calcolando la significazione secondo il metodo algebrico qui utilizzato, e cioè


    S(significante)
    ___________ = s (l'asserzione)
    s(significato)


    con S=(1) si ottiene: s= radice quadrata di -1".



    Commenta Dawkins: "Non è necessario essere dei matematici per vedere che tutto ciò è ridicolo".

    E "ridicolo" è forse la definizione più benevola.

    Il problema è che, poco oltre, Lacan si lancia in un parallelo fra l'organo erettile maschile e, ancora una volta, questa benedetta radice quadrata di -1 che, evidentemente, deve averlo colpito con una forza tanto possente quanto era la sua ignoranza della matematica. Giustamente Dawkins prosegue sostenendo che tali livelli di frode intellettuale screditano così tanto l'autore da rendere inutile ogni attenzione alla globalità della sua opera. E' una bella discussione che si potrebbe aprire; nel caso di Lacan è un pezzo significativo della psicanalisi che andrebbe buttato via.

    Non degli psicanalizzati, tuttavia.

    Infatti, chiunque abbia lavorato almeno due mesi nella redazione di una rivista scientifica, sa che un paio di lettere mensili scritte da pazzi che usano la matematica come Lacan, è cosa normale.



    Terrificanti anche le sensazioni che si possono avvertire da citazioni tratte dai saggi di Luce Irigaray ove la filosofa femminista sostiene che ricerche come la meccanica dei fluidi sarebbero poco sviluppate a causa dell'impostazione maschilista della Fisica, la quale privilegia le cose rigide e solide. Ancora una volta Dawkins ricorda giustamente che le notevoli difficoltà che si incontrano nelllo studio dei fluidi derivano dal fatto che le equazioni finora elaborate per descrivere il loro comportamento - le equazioni di Navier-Stokes - sono tremendamente difficili da risolvere. E' vero che la percentuale di donne nella ricerca fisica avanzata è bassa rispetto agli uomini (ed è vero che serie analisi su possibili paradigmi maschili nella scienza vanno fatte), ma in questo caso i fisici andrebbero criticati, casomai, non per la loro "rigidità" ma per la loro "impotenza". Sono anni che tentano di descrivere bene la fenomenologia dei fluidi e non ce la fanno.



    La recensione di Dawkins su Nature è ampia ma non può certo contenere tutte le numerose citazioni reperibili nel libro.

    A pag. 135 dell'edizione francese incontriamo Baudrillard che afferma come "..le guerre moderne si svolgano in uno spazio non euclideo", mentre a pag. 27 è ancora Lacan che colpisce annunciandoci che "la struttura del nevrotico è quella del toro", ove il riferimento non è all'animale (sarebbe stato decisamente meglio) ma al toro come struttura geometrica. E infatti Lacan motiva questa affermazione con un suo aderire agli sviluppi più avanzati della Topologia.



    Il peso delle analisi compiute da Sokal e Bricmont con il loro libro non sarebbe stato tanto consistente se il testo non fosse stato preceduto da un malefico articolo scientifico scritto da Sokal stesso un anno prima e inviato alla rivista americana Social Text, che da vent'anni è riconosciuta come uno degli strumenti più interessanti nel panorama delle riflessioni di carattere socio-politico.

    Titolo dell'articolo: "Trasgredire i confini: verso un'ermeneutica trasformativa della gravità quantica". Non si corre il rischio di presentarsi come i soliti furbi a posteriori sostenendo che già da questo titolo qualche fondato sospetto avrebbe dovuto emergere. Sta di fatto che il testo non era altro che un collage di linguaggi pescati in vari testi, sia francesi che americani, proprio quelli con le performance iperboliche poi analizzate in Frodi Intellettuali. In breve: Sokal aveva confezionato un articolo burla e la rivista, serenamente, l'aveva pubblicato. L'autore disvelava rapidamente l'inganno ma la frittata era già fatta.



    Fra le critiche - spesso anche insulti - lanciate contro Sokal e Bricmont per il loro libro troviamo anche argomenti seri. Alcuni sostengono che l'uso di metafore è uno strumento importante nello sviluppo di teorie. Altri sottolineano che la pretesa della scienze fisiche e matematiche di detenere il copyright sull'uso corretto dei concetti da esse usati è una pretesa arrogante.

    E' vero, sono argomentazioni che sollevano interessanti questioni ma non sembrano applicabili al caso Sokal. I due autori hanno molte ragioni nel dichiararsi convinti che l'uso trasversale di concetti e linguaggi non sia affatto da impedire, che possa essere ricco di risultati, ma che ogni volta che si vuole farlo un serio atteggiamento culturale dovrebbe condurre ad una motivazione precisa delle ragioni che portano a tale uso, a come si ritiene di dimostrare che la trasversalità sia possibile e funzioni.

    Sostenere che la nevrosi sia toroidale senza aggiungere altro c'entra poco con l'uso delle metafore nelle scienze.

    [l'ho postato "ispirato" dall'ultimo post di karat sull'area 51 ]

  21. #21
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Vita e miracoli dell’uomo che mette un freno a Vale e Schumi

    ALBERTO BOMBASSEI, OVVERO ELOGIO AL CONTRARIO DELL’EPICA DEL MOTORE, DI CHI FA AFFARI PUNTANDO SUI RALLENTAMENTI

    Bergamo. Siccome Michael Schumacher
    e Valentino Rossi sono due ragazzi lanciati
    abitualmente oltre i trecento chilometri
    orari, e siccome è a tale velocità e per tale
    velocità che da anni si lasciano alle spalle
    gli avversari, è in giorni come questi che
    trionfa l’epica del motore. Le radiografie a
    mezzo stampa manifestano i dettagli, le dimensioni
    dei pistoni, il numero dei cilindri,
    le valvole, i cavalli, la potenza erogata, da
    zero a cento in due virgola due secondi, la
    velocità di punta. E naturalmente gli illustri
    progettisti e gli illustri costruttori, e
    l’intricatissima trama del romanzo delle
    gomme, quanto sono in grado di sostenere
    ed esaltare i bolidi, e ancora la trovata di
    metà stagione, e cioè quei due centimetri in
    più sul tal alettone o in quel certo punto
    della carena che consentono una splendida
    tenuta in curva eccetera eccetera. Ma noi
    (che avevamo il colpetto in canna) ci siamo
    messi in testa il giustissimo elogio al contrario,
    e cioè l’elogio della frenata: posto
    che si oltrepassano i trecento, è consigliabile
    essere in grado di tornare a zero il più
    presto possibile. In caso contrario, né si arriva
    primi né si arriva e basta.
    Alberto Bombassei, nato a Vicenza sessantatré
    anni fa e trapiantato a Bergamo
    due anni dopo, è campione del mondo di
    Formula Uno con la Ferrari e Schumacher
    e campione del mondo di Moto GP con la
    Honda e Valentino. Sono suoi i freni che
    domenica, a fine gara, hanno permesso ai
    due campioni di accostarsi al muretto per
    festeggiare con i meccanici. Ma c’è di più. Il
    signor Bombassei fornisce i suoi freni a tutte
    e dieci le scuderie che partecipano al
    campionato di Formula Uno, dalla Ferrari
    sino alla sempre ultima Minardi (passando
    dunque per Williams, McLaren e Renault),
    rendendo così meno consolatorio e decisamente
    più concreto il detto sanremese di
    Piero Chiambretti: “Comunque vada sarà
    un successo”. Per chi non lo avesse ancora
    capito, il signor Bombassei è il “sciùr padrùn”
    della Freni Brembo, che con ogni
    probabilità sono montati anche sulle vostre
    automobili. Il monopolio del rallentamento
    dei piloti nei gran premi, Brembo se lo
    spartisce con Ap Racing, che tuttavia sempre
    al gruppo Brembo del signor Bombassei
    appartiene, e lui al Foglio spiega che
    per tenere alta la guardia “Brembo e Ap
    Racing hanno rigorosamente separate le
    ingegnerie, così sul piano tecnico la competizione
    è assicurata. E infatti le due squadre
    si scannano per superarsi”. L’unico che
    vince sempre è lui.

    Le competizioni sono “un laboratorio”
    Questa è la storia ancora incompleta del
    2003. La storia del 2002 racconta che i freni
    Brembo (o Ap) hanno vinto trentotto campionati.
    Quello di Formula Uno, naturalmente.
    Ma anche la 24 ore di Le Mans, la 24
    ore di Daytona, i mondiali di rally, di Formula
    Tre, di cart. Nelle moto, hanno vinto
    in tutte e tre le categorie del motomondiale
    (125 cc, 250 cc e Moto GP) , nel motocross,
    nella superbike, nel campionato italiano,
    alla 8 ore di Suzuka. Queste sono robe tecniche
    da divoratori di pagine sportive, ma
    rendono l’idea anche al profano, probabilmente.
    Eventualmente il profano può rendersi
    conto di quale tiranno (in senso più
    che buono) sia diventata la Brembo se considera
    che le corse rappresentano il dieci
    per cento del fatturato annuo dell’azienda
    (nel 2002, seicento milioni di euro, poco meno
    di mille e duecento miliardi di lire). Come
    dice Bombassei, le competizioni sono
    un bel gioco, ma soprattutto “un laboratorio
    avanzato per sperimentare e testare,
    per trovare nuove soluzioni e metterle alla
    prova nelle condizioni estreme”. Quello
    che conta veramente è partire da lì, dal bel
    gioco, per confezionare prodotti buoni per
    il mercato. Pare che la cosa sia riuscita: si
    diceva, poco fa, che con ogni probabilità anche
    la vostra auto monta freni Brembo.
    Questo succede se guidate una macchina di
    uno dei seguenti marchi: Ford, Maserati,
    Renault, Alfa Romeo, Nissan, Jaguar-Daimler,
    Skoda, Volkswagen, Bmw, Mercedes,
    Peugeot, Ferrari, Lamborghini, Mitsubishi,
    Porsche, Audi, Lotus, Citröen, Lancia,
    Aston Martin, Honda, Chrysler, Fiat, Seat e
    Subaru. Succede anche se guidate un camion
    oppure un furgone di uno dei seguenti
    marchi: Iveco, Fiat, Nissan, Mercedes,
    Renault, Citröen e Peugeot. Continua a succedere
    anche se il vostro mezzo di trasporto
    è una motocicletta di uno dei seguenti
    marchi: Honda, Ducati, Yamaha, Ktm, Aprilia,
    Triumph, Husqvarna, Polaris, Peugeot,
    Bmw, Moto Guzzi e Buell; in quest’ultimo
    caso, è altamente probabile che oltre ai freni,
    della Brembo stiate adoperando anche
    frizioni, forcelle e ruote.
    Ecco, insomma, la cosa è riuscita bene. E
    già che si stanno sciorinando numeri e dati,
    e prima di raccontare meglio chi sia il signor
    Alberto Bombassei, si possono forse
    aggiungere poche altre cose. Per esempio
    che nel 1998 la Brembo contava mille e novecentoventidue
    dipendenti, nel 2000 erano
    duemila e novecentocinque, alla fine
    del 2002 erano tremila e seicentosessantanove.
    Oppure che, come accennato, il fatturato
    dello scorso anno è stato di seicento
    milioni di euro, nel 2000 di quattrocentocinquantaquattro,
    e nel 1996 era di centottantuno.
    Si può ancora aggiungere che la
    sede centrale della Brembo è in provincia
    di Bergamo, a Curno, riscattando così un incolpevole
    paese dall’esclusiva fama di aver
    dato residenza ad Antonio Di Pietro. E, infine,
    è anche guardando alla Brembo che si
    comprendono meglio le parole di Luca Cordero
    di Montezemolo, il quale era felice,
    domenica pomeriggio, che l’ennesimo successo
    della Ferrari avesse ulteriormente rilanciato
    il made in Italy. Perché è vero che
    la Ferrari è italiana, il motore è italiano, gli
    operai sono italiani, i meccanici sono italiani,
    però in copertina ci finiscono sempre
    il pilota tedesco e il pilota brasiliano, il
    progettista inglese e il progettista neozelandese,
    o il direttore sportivo francese.

    Il patto con il Drake
    La vicenda di Enzo Ferrari, il Drake, ha
    tutti gli elementi per essere cinematografica,
    sin dall’inizio: la più celebre casa automobilistica
    del mondo nacque in una sgangherata
    officina di provincia. Che uno cominci
    pulendosi le mani sporche d’olio sulla
    tuta, e diventi ricco, famoso e vincente,
    giustamente affascina chiunque. Anche
    questa storia, quella di Alberto Bombassei,
    ha un buon inizio. Bombassei è nato a Vicenza
    nel 1940. La famiglia si è trasferita a
    Bergamo nel 1942. Lui non ha avuto la laurea
    sino all’anno scorso, quando gli è stata
    conferita ad honorem dall’Università della
    città che lo ha ospitato e alla quale, dice,
    sente di appartenere completamente: “Le
    mie origini sono vicentine, ma quando me
    lo chiedono, io dico che sono bergamasco”.
    A Bergamo ha studiato sino al diploma: perito
    meccanico all’istituto Esperia. Poi il
    babbo, che aveva accantonato due soldi,
    aprì un’officina meccanica con il fratello e
    i due figli. Era il 1961. Racconta Alberto:
    “Avevamo, come molti altri, la passione per
    i motori e per il lavoro. Abbiamo lavorato
    tante di quelle ore… Ma era divertente. Si
    cominciava a parlare, in quel periodo, di
    freni a disco. Noi ci siamo messi subito a
    studiare le prime applicazioni. Siamo stati
    bravi e fortunati a scegliere un settore in
    cui si poteva essere pionieri”, dice Bombassei.
    Pochi clienti, ma in esclusiva. E prestigiosi
    e danarosi. Già fra il 1964 e il 1965, i
    clienti si chiamavano Alfa Romeo e Lancia.
    La storia va avanti secondo i criteri soliti:
    si apre una seconda officina, una terza,
    si investono i soldi per assumere tecnici
    migliori, poi i tecnici migliori in assoluto.
    Si migliora un prodotto già avveniristico. Ci
    si fa un nome. Si apre la prima fabbrica.
    Poi succede, come è successo a Bombassei
    all’inizio degli anni Ottanta, di suscitare la
    curiosità dei grandissimi. E qui torna in
    scena Enzo Ferrari. Volle conoscere Bombassei,
    i suoi prodotti, provarli, decise che
    erano adatti ai suoi gioielli a quattro ruote
    e cominciò il sodalizio che dura ancora oggi.
    Anche per le macchine di Formula Uno.
    Presto, sarebbero arrivati anche quelli della
    Renault. E via, sino al monopolio di cui
    abbiamo parlato prima. E così, avviandosi
    dall’officina inaugurata nel 1961 – che tutti
    presero a chiamare Brembo perché era
    sulle sponde del fiume omonimo – oggi il
    gruppo possiede diciotto fra stabilimenti e
    “siti commerciali” in quindici paesi diversi:
    Italia, Spagna, Francia, Gran Bretagna,
    Germania, Polonia, Svezia, Stati Uniti, Messico,
    Brasile, Cina, Giappone, Sud Africa…
    Qui si costruiscono trenta milioni di dischi
    ogni anno.
    Per scrupolo, conviene dire che la parabola
    della Brembo ha avuto un altro paio di
    passaggi importanti. Dice Bombassei: “Avevamo
    mezzi limitati, ma la crescita fu subito
    tumultuosa”. Per questa ragione, nel
    1984, la multinazionale americana Kelsey-
    Hayes entrò nel capitale della Brembo come
    socio di minoranza. “Noi eravamo già
    importanti, avevamo chiuso accordi con la
    Porsche e poi con la Ferrari. Ma in alcuni
    campi, come quello della gestione, dagli
    americani abbiamo imparato moltissimo.
    E’ stata un’esperienza positiva”. Un’esperienza
    che durò nove anni. Nel marzo del
    1993, Bombassei si riprese il cento per cento
    della Brembo sborsando sessanta miliardi
    di lire. Oggi è suo il cinquantasei per
    cento; il resto, siccome Brembo è quotata in
    Borsa dal 1995, è sul mercato.

    Chi si accontenta perde
    Ci sono molti stereotipi su Bergamo e sui
    bergamaschi. Uno stereotipo che non tradisce
    la verità è che i bergamaschi hanno
    molta voglia di lavorare e poca voglia di
    studiare. Così Bergamo, nel Dopoguerra, è
    diventata quasi subito ricca, ma non è mai
    diventata ricchissima. “Bisogna alzare la
    scolarità”, dice a ogni incontro, e ripete al
    Foglio, Alberto Bombassei. Al Foglio ricapitola
    scrupolosamente le tappe di crescita
    della sua azienda – come si partì da questo,
    come si passò a quest’altro, come si
    giunse a quest’altro ancora – spendendo
    tutta la terminologia settoriale fatta di fonderie
    al montaggio, pinze freno, moduli
    completi, sia assemblati che spurgati, in
    una successione che il cronista non si sente
    di dettagliare né approfondire. Il concetto
    di fondo Bombassei lo fa emergere comunque:
    “Chi si accontenta, chi non innova,
    chi non si preoccupa di spendere per la
    ricerca è destinato alla sconfitta”. Bombassei
    ci tiene ai suoi numeri: nel 2002, il sei
    virgola cinque per cento del fatturato è stato
    investito in ricerca e sviluppo; nel 1998
    era il quattro virgola otto per cento. Il nove
    virgola quattro per cento dei dipendenti
    (dunque trecentocinquanta) è impiegato
    nella ricerca; nel 1998 era il sette virgola
    quattro. “L’età media di chi lavora alla
    Brembo è di trentadue anni, senza contare
    quanto io contribuisca ad alzarla. Alla ricerca
    lavorano ragazzi di quindici nazionalità
    diverse”, dice.
    Fino a dieci anni fa, a Bergamo c’erano
    due facoltà universitarie: Economia e commercio
    e Lingue. Ora, soprattutto sulla
    spinta degli industriali, si sono aggiunte Ingegneria
    e Lettere e filosofia, oltre a una
    profusione di corsi universitari: Giurisprudenza,
    Ingegneria tessile (primo in Italia),
    persino Scienze della comunicazione, sacrilegio
    in una città che ha sempre considerato
    i turisti dei superbi rompicitroni.
    Bombassei ha finalmente ottenuto l’ok dal
    Comune per il suo Kilometro Rosso, che
    sarà un parco scientifico. Si chiama così,
    Kilometro Rosso, perché si tratta di una costruzione
    d’alluminio appunto rossa, e appunto
    lunga un chilometro (progettata dall’architetto
    francese Jean Nouvel), che correrà
    lungo l’autostrada A4 alle porte della
    città. L’alluminio servirà per isolare l’interno
    dal rumore delle automobili. Il resto
    sarà soprattutto in vetro e “immerso nel
    verde”. Lo spazio sarà di circa duecentomila
    metri quadrati e interamente riservato
    a laboratori. L’obiettivo è quello di attirare
    scienziati e ricercatori che lavorino
    con i neolaureati. “Non solo a beneficio
    della Brembo. Vorrei che al Kilometro venissero
    tutte le aziende interessate all’innovazione.
    Le porte sono aperte”, dice
    Bombassei. Ibm, mostro dell’informatica, si
    è già prenotata.

    Da presidente di Federmeccanica
    Forse pochi sapevano che Alberto Bombassei
    è l’uomo che ha messo un freno a
    Schumi e a Valentino, che ha vinto una
    quantità di mondiali, e forse pochi sapevano
    tutte le altre cose che sono state oggi
    elencate. Qualcuno di più, probabilmente,
    aveva conosciuto il nome di Bombassei per
    il suo ruolo di presidente di Federmeccanica.
    Lo scorso maggio, il presidente di Federmeccanica
    ha firmato il nuovo contratto
    di lavoro dei metalmeccanici con Cisl e
    Uil. Ma senza la Fiom-Cgil. Non accadeva
    dal 1948 che la Cgil non firmasse il contratto
    dei metalmeccanici. Fu anche per quella
    circostanza che un altro bergamasco, il
    segretario della Cisl, Savino Pezzotta, commentando
    a Radio Anch’io la nuova spaccatura
    nel sindacato, disse: “Non è possibile
    che con i governi di centrodestra non si
    faccia nulla perché sono governi nemici e
    con i governi di centrosinistra non si faccia
    nulla perché sono governi amici”. Oggi,
    Bombassei si dice ancora dispiaciuto, “ma
    la scelta della Fiom fu politica. Lo dimostra
    che contratti simili, per altri settori, sono
    stati firmati”. Apprezzato dai colleghi e dai
    sindacalisti, ora Bombassei non lo dice, ma
    c’è una data nel suo futuro: primavera 2004,
    quando scadrà il mandato di Antonio D’Amato
    in Confindustria. Bombassei dice che
    no, non ci pensa. Ma qualcun altro sì.

    Il foglio 15/10/2003

  22. #22
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    Predefinito Re: La Biblioteca di BackStage

    Posto la prefazione di un libro fresco di pubblicazione.
    ________________________________________

    Dal prologo de "La nuova strada"
    di Ferdinando Adornato


    Quelli che abbiamo alle spalle sono stati anni difficili della nostra storia. Il crollo dei partiti che avevano dominato il Paese per oltre cinquant’anni e la conseguente polverizzazione delle loro culture politiche, la coatta fuga dalle vecchie identità e dal loro pesante bagaglio di leadership, sigle, riti, abitudini, ha creato una sorta di gigantesco orfanotrofio ideologico nel quale, come dopo un terremoto, diventava proibitivo riconoscere dove fossero andate a finire le proprie radici, la propria casa, la propria famiglia. Nuovi partiti e nuovi leader, per fortuna, sono riusciti a riempire un vuoto altrimenti esiziale per la democrazia italiana. Ma non si sfugge alla sensazione che la meritoria copertura di tale vuoto politico non sia ancora riuscita nell’impresa di colmare il vuoto culturale. Il risultato è paradossale: dal punto di vista sistemico ci muoviamo in un territorio del tutto nuovo, ma da quello culturale restiamo sostanzialmente aggrappati al paesaggio precedente. In fondo, siamo tutti soltanto ex o post. Democristiani, socialisti, comunisti, fascisti, repubblicani etc etc… I nuovi contenitori politici, anche laddove hanno prodotto affermate leadership, non sono ancora riusciti a creare stabili identità collettive. Forse occorre più tempo: la necessaria velocità del mutamento politico ha mortificato il bisogno di una profonda ricostruzione culturale. Fatto sta che i simboli e le identità della storia precedente sono tuttora più forti di quelli nati nella nuova stagione.
    Non si tratta comunque di un fenomeno limitato alla politica. Anche nella cultura e nelle arti regnano l’ex e il post. Come se il pensiero non fosse più in grado di produrre innovazione, come se esso potesse o volesse ormai definirsi soltanto in negativo, schiacciato dalle mitologie
    del passato. Succede alla politica e alla cultura quello che succede con l’euro. Ciascuno di noi, per riconoscere la propria moneta corrente, deve prima mentalmente tradurla nei segni della precedente. Sopravviviamo al presente, ancora non lo viviamo.
    Il nostro spaesamento è figlio della perdita di radici. In parte siamo stati costretti dalla storia a tagliarle. Ma è anche vero che ci siamo autoconvinti di poterne fare a meno, immaginando che “diventare moderni” implicasse la disdetta di ogni tradizione, l’avvento di un tempo del disincanto nel quale la debolezza del pensiero ci avrebbe protetto dall’eterno ritorno delle ideologie. Si trattava di un’illusione: la storia di questi anni ampiamente lo dimostra. E oggi è come se non fossimo più capaci di tornare indietro. I muscoli della nostra mente non sono più allenati a confrontarsi con verità e progetti “forti”. Eppure il mondo del XXI secolo, in specie dopo l’11 settembre, proprio questo ci chiede di tornare a fare, verificando e riverificando le nostre idee di libertà e di democrazia per metterle a confronto con il resto del pianeta. Dobbiamo perciò trovare il coraggio di ripercorrere la nostra storia recente e remota, cercando di capire dove abbiamo reciso radici che non andavano rimosse e dove, al contrario, abbiamo lasciato crescere erbe che sarebbe stato meglio falciare. Quel che è certo è che politica, cultura, filosofia, arte devono saper recuperare un proprio umanesimo positivo, il codice etico di una nuova creatività. Altrimenti resterà per il futuro, vincente, solo ciò che viene scritto nelle stanze della Scienza e della Tecnica.
    Le pagine di questo libro, anche quando sembrano parlar d’altro,
    sono votate al tentativo (quanto riuscito giudicherà il lettore) di combattere le nuove mitologie di quel nichilismo che, dopo aver dominato il Novecento con i totalitarismi e averlo sedotto e fiaccato con le sirene postmoderne, vorrebbe costringere anche il pensiero politico del nuovo secolo nelle gelide gabbie dell’ex o del post. Come dire: è comunque proibito uscire dal Novecento, tornando a frequentare i valori fondativi dell’Occidente, che sono pre-totalitari, non post-totalitari. Se questo processo non trovasse ostacoli segnerebbe la fine della politica che diventerebbe soltanto una stanca padrina di libertà prive di verità, amministratrice di procedure burocratiche senz’anima e senza passione, sempre più incapace di corrispondere alle domande di fondo degli esseri umani.
    Le pagine di questo libro tentano, in particolare, di delineare una definizione positiva dell’identità di quell’universo liberale e popolare che,
    in Italia, è stato massimamente colpito dal big bang dei primi anni Novanta e che oggi, dal punto di vista sistemico, viene chiamato centro-destra. Per cercare, appunto, le coordinate di una nuova strada che possa colmare il divario di cui parlavamo tra la sua rilevante rappresentatività politica e la sua meno evidente forza culturale. Ma esse hanno l’ambizione di parlare anche al popolo che si definisce “di sinistra”, non tanto perché ai suoi valori è dedicato un lungo capitolo (del resto fortemente critico) quanto perché non può non essere anch’esso interessato a superare il corto circuito che ha scisso la politica dalla cultura, e a fare in modo che il bipolarismo italiano si configuri finalmente come un normale sistema di alternanza tra soggetti che reciprocamente si riconoscono legittimità di governo.


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    I meccanismo di Disimpegno Morale

    L'autoregolazione della moralità non è riducibile ad una questione intrapsichica, gli individui, infatti, sono chiaramente influenzabili dalle realtà sociali in cui sono immerse, in primis i mezzi di comunicazione di massa (Bechelloni, 1995; Artese 1997).
    Le ricerche sullo sviluppo morale che comprendono sia gli studi sul giudizio morale, che quelle sul comportamento morale hanno una lunga tradizione nell'area delle scienze psicologiche grazie anche al contributo di numerosi ricercatori, tra i quali ricordiamo Piaget (1962) che ha introdotto la distinzione tra realismo morale e relativismo morale; Kolberg (1984) che ha descritto lo sviluppo cognitivo - morale dell'individuo, e Bandura (1990, 1992). Bandura (1990) adotta, in materia di moralità, un punto di vista interazionista: in questa prospettiva, le determinanti che influiscono sul comportamento dell'attore sociale sono oltre ai fattori personali (pensiero morale e reazioni affettive autonome), la condotta morale e la reazione ambientale a questa (Malagoli Togliatti e Caprara, 1996). In questo frame teorico, il pensiero morale, dunque, è un processo in cui norme o criteri multidimensionali sono utilizzati per giudicare la condotta.

    L'autore ha sistematizzato attraverso il costrutto di reciproco determinismo e di disimpegno morale, alcuni dei principali meccanismi psicologici che possono disattivare il controllo morale e favorire una condotta antisociale. L'autore sostiene che si realizza un modo di pensare che porta ad una derubricazione morale del danno prodotto, e si creano le condizioni mentali per agire in contraddizione con il proprio codice morale senza per questo dovervi abdicare. I processi di disattivazione o disimpegno dei controlli morali, pur agendo all'interno dell'individuo vengono appresi e rinforzati durante lo sviluppo nel contesto dell'esperienza sociale, in primis i mass media e la televisione.

    Questi nascono come risultanti di interazioni all'interno di un processo interattivo globale, dove entrano fattori individuali - personali e ambientali-sociali.

    I meccanismi di autoassoluzione, o come li chiama Bandura di "disimpegno morale" comportano una sostanziale ridefinizione della condotta e possono essere raggruppati in tre categorie in relazione al momento dell'azione in cui intervengono. L'autore distingue tra processi di disimpegno che operano sulla definizione della condotta, meccanismi che determinano una distorsione nella relazione causa - effetto, processi che provocano una rivalutazione della vittima.

    Appartengono al primo gruppo:

    1. Giustificazione morale: si fa appello a fini superiori per mettere in ombra la riprovevolezza della condotta agita;

    2. Etichettamento eufemistico: può consentire di ridimensionare la dolorosità delle conseguenze producendo una distorsione concettuale del vero significato dell'azione che risulta così mascherato;

    3. Confronto vantaggioso: opera mediante un confronto tra la propria azione e condotte moralmente peggiori, ridimensionando per contrasto la valenza immorale del proprio comportamento;

    Nel secondo gruppo di meccanismi ritroviamo:

    4. Dislocamento della responsabilità: la responsabilità dell'azione è attribuita ad un terzo esterno, come ad esempio un'autorità, per cui la condotta considerata scaturirebbe dai dettami della stessa oppure da esigenze di una particolare situazione;

    5. Diffusione della responsabilità: può generare un senso di non imputabilità di fronte a colpe che per il fatto di essere di tutti, in definitiva non sono di nessuno.

    6. Distorsione delle conseguenze: consente di ignorare o minimizzare del tutto la serietà delle conseguenze delle proprie azioni attraverso una non considerazione degli effetti di un'azione;

    Infine nel terzo gruppo di modalità di espressione del disimpegno morale si collocano:

    7. Deumanizzazione: si attribuisce alle vittime un'assenza di sentimenti umani che frena il nascere e lo svilupparsi del senso interiore d'angoscia vicaria di fronte alla loro sofferenza;

    8. Attribuzione di colpa: ci si convince che l'offesa arrecata alla vittima è da lei pienamente meritata;

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    Il dì s'è inaugurato con 5 nuove esplosioni e morte a Istambul.

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    Storia della Turchia




    1 - Kemal Atatürk e la nascita della Turchia moderna


    Nata dalle ceneri dell'Impero Ottomano, la Turchia contemporanea si è imposta come importante Stato eurasiatico, fino alla caduta dell'U.R.S.S. bastione difensivo dell'Occidente contro l'espansionismo comunista e, successivamente, diga contro la diffusione dell'integralismo islamico nonché pedina fondamentale per controllare sia le immense risorse energetiche del Medio Oriente sia gli irrequieti Stati caucasici dell'ex Unione Sovietica. Fino ad oggi la sua particolarità è stato lo sforzo di far convivere la tradizione islamica con la secolarizzazione della società e della vita politica. L'attuale Turchia rappresenta oggi soltanto la porzione turca dell'Impero Ottomano smembrato e suddiviso in Stati nazionali con la pace di Losanna (1923) che, al termine della vittoriosa rivoluzione kemalista, cancellava l'umiliante diktat del Trattato di Sèvres (1920). A ragione i Turchi diedero a Mustafà Kemal l'appellativo di Atatürk (padre dei Turchi). Quando infatti l'Impero ottomano sembrava ormai destinato alla completa dissoluzione, sconfitto militarmente, i territori al di fuori dell'Anatolia spartiti fra le potenze vincitrici, la stessa Anatolia ostaggio delle forze di occupazione delle potenze dell'Intesa e, in particolare, dell'armata greca, il territorio del nuovo Stato turco ridotto alla parte centrale dell'Anatolia, in siffatte disastrose situazioni Mustafà Kemal ebbe la forza di innalzare la bandiera del nazionalismo turco e di chiamare a raccolta tutte le forze disponibili per affrontare e battere i nemici interni ed esterni. Nell'arco di poco più di due anni (agosto 1920 - ottobre 1922) egli sbaragliò il campo creando i presupposti per la creazione del nuovo Stato turco. Ad oriente furono dapprima annientate le forze indipendentiste armene e sedata la rivolta curda (il Trattato di Sèvres, infatti, prevedeva la creazione nell'Anatolia orientale di una Repubblica armena e di una entità statale curda). Fu quindi ingaggiata ad ovest la guerra contro le forze di occupazione della Grecia che da Smirne si erano spinte fino ad est del fiume Sangarios e a sud di Ankara. A seguito del disimpegno di Italia e Francia e del non coinvolgimento del contingente britannico le forze greche, rimaste sole a combattere contro i turchi, furono prima fermate sul Sangarios e successivamente, nell'agosto-settembre 1922, sbaragliate e cacciate dall'Anatolia. A parte le grandi capacità militari di Atatürk, per il successo della rivoluzione furono determinanti gli aiuti ricevuti dalla nuova Russia bolscevica (che mirava a portare la Turchia nella propria sfera di influenza) nonché l'atteggiamento degli occidentali che, stremati da cinque anni di guerra, non avevano alcuna intenzione ad impegnarsi in un nuovo conflitto contro Atatürk con il rischio di trovarsi di fronte la Russia. Al contrario essi decisero (quando, però, le sorti sul campo volgevano ormai a favore della rivoluzione) di schierarsi con la nuova Turchia di Atatürk per farne un argine contro il bolscevismo. Rimasto padrone del campo, Atatürk procedette alla edificazione della Repubblica di Turchia su base rigorosamente nazionale e rifacendosi, per quanto riguarda la struttura sociale e statale, ai modelli occidentali. Egli introdusse una serie di importanti cambiamenti per il Paese: fu abolito il sultanato e proclamata la Repubblica parlamentare (29 ottobre 1923), furono aboliti il califfato e la legge che faceva dell'Islam la religione di Stato, nonchè l'obbligo del velo per le donne, furono soppresse le scuole religiose, venne adottato l'alfabeto latino e la lingua fu depurata dei vocaboli arabo-persiani, la sharia fu sostituita con codici europei.
    Negli anni fra le due guerre mondiali Atatürk (morto nel 193 fu il "signore" incontrastato della nuova Turchia che guidò con fermezza (spesso con il pugno di ferro) e rifacendosi ai modelli occidentali sulla strada della modernizzazione. Vincendo la forte resistenza degli ambienti conservatori di larghi settori della società, egli impose una netta separazione fra Stato e religione musulmana e abolì i numerosi privilegi di cui godevano le gerarchie religiose. Si preoccupò soprattutto di fare della Turchia uno Stato rigorosamente nazionale, "depurandolo" dalle etnie diverse da quella turca. A tal fine, nel contesto del Trattato di Losanna, egli raggiunse un accordo con la Grecia per lo scambio delle rispettive popolazioni: esso riguardò circa un milione e mezzo di greci e 400.000 turchi e fu causa di enormi sofferenze per le popolazioni interessate. Per quanto riguarda gli armeni, la maggior parte erano stati eliminati fisicamente o erano fuggiti durante i tragici eventi della guerra mondiale (genocidio armeno del 1915-1916).
    Ben più difficile era il problema dei curdi, di etnia affine ai persiani, che abitavano le regioni sud orientali dell'Anatolia e che costituivano circa il 20% dell'intera popolazione della Turchia. Essi avevano dato un contributo determinante per il successo della rivoluzione kemalista in cambio della promessa che la loro specificità etnica sarebbe stata salvaguardata. Ma Atatürk, una volta consolidato al potere, si rifiutò di concedere quanto aveva promesso e promulgò una serie di leggi per assimilare l'etnia curda. Le autorità turche arrivarono al punto di negare l'esistenza stessa di tale etnia affermando che i curdi erano turchi delle montagne che si trovavano a vivere in condizioni sociali ed economiche assai disagiate a causa della inaccessibilità dei loro territori. Fu proibito l'uso, scritto e parlato, del curdo ed ogni altra manifestazione della cultura e del folklore di quel popolo. Ciò determinò una lunga serie di sollevazioni contro il governo di Ankara, tutte stroncate con il sanguinoso intervento dell'apparato militare turco, con pesanti perdite da entrambe le parti e massicci esodi forzati e volontari delle popolazioni verso le città della Turchia centro-occidentale. Il contenzioso dei curdi con il governo centrale di Ankara si è trascinato, con ricorrenti momenti di elevata intensità (come negli anni '80 e '90), fino ai nostri giorni, né è possibile intravedere a breve scadenza una sua definitiva soluzione.
    Gli obiettivi fondamentali della politica estera turca dopo la pace di Losanna furono quelli di consolidare i risultati della rivoluzione e creare il nuovo Stato nazionale turco entro i confini indicati da Atatürk (e cioè l'intera Anatolia e la Tracia turca) e che comprendevano il vilayet di Alessandretta (Iskenderum) e Antiochia (Antahya) - che i turchi chiamano Hatay - e il vilayet di Mossul. Mentre l'Hatay (col Trattato di Losanna assegnato alla Siria sotto mandato francese) fu alla fine annesso alla Turchia nel 1937, l'azione di Atatürk per acquisire il vilayet di Mossul (Kurdistan meridionale) non fu coronata da successo. Dopo un lungo contenzioso con la Gran Bretagna (che aveva messo gli occhi sui giacimenti petroliferi) la regione fu alla fine attribuita dalla Società delle Nazioni all'Iraq (sotto mandato britannico). Lo smacco subito per la questione di Mossul indusse la Turchia kemalista a tenersi fuori dalla Società delle Nazioni, cui aderì solamente nel 1932 principalmente perché il governo di Ankara si era reso conto che questo era l'unico mezzo per acquistare la piena sovranità sugli Stretti. Ciò avvenne infatti, anche per il progressivo deteriorarsi della situazione strategica nell'area del Mediterraneo, alla Conferenza di Montreux del 1936 nella quale fu sottoscritta la nuova Convenzione sul regime degli Stretti (che sostituiva quella di Losanna).
    Consapevoli dell'assoluta necessità di assicurare al Paese un lungo periodo di pace per farlo uscire dal medioevo economico e sociale ed avvicinarlo ai paesi occidentali, Atatürk ed i suoi successori riuscirono a mantenere, fino all'approssimarsi della conclusione della seconda guerra mondiale, una posizione di sostanziale equilibrio fra le forze contrapposte in Europa. Fu mantenuto il legame speciale con l'Unione Sovietica (che tuttavia, per fondamentali ragioni ideologiche, si andava progressivamente affievolendo) e nel contempo si andavano normalizzando i rapporti con i paesi occidentali ex nemici della rivoluzione kemalista. Per proteggere la propria neutralità, la Turchia promosse inoltre degli accordi multilaterali nei Balcani e nel Medio Oriente. Con il Patto Balcanico del 1934 Turchia, Grecia, Yugoslavia e Romania si impegnavano a prestarsi mutua assistenza in caso uno dei contraenti fosse aggredito da un altro Stato balcanico (era, in sostanza, un accordo in funzione anti-bulgara). Più importante per la Turchia fu il Patto di Sa'dabad sottoscritto nel 1937 da Turchia, Persia, Iraq e Afghanistan: esso aveva come obiettivo principale quello di prevenire l'insorgere di conflittualità fra gli Stati contraenti ma conteneva anche un articolo molto importante per la Turchia, riguardante la collaborazione per prevenire e reprimere le ricorrenti rivolte dei curdi. Nel 1937 infatti, era divampata l'ennesima sollevazione di quel popolo (nota come la "rivolta di Dersim") ed il problema curdo era già stato oggetto di accordi turco-iraniani nel 1929 e nel 1932.
    Per quasi tutta la durata della seconda guerra mondiale il governo turco si adoperò con ogni mezzo per mantenere il paese al di fuori del conflitto. Data la fondamentale importanza strategica dell'area degli Stretti e dell'Anatolia, esso subì le fortissime pressioni contrapposte degli Alleati e dell'Asse per farlo scendere in campo al proprio fianco. Ankara, pur essendo ideologicamente schierata con gli Alleati (tra l'altro, nell'ottobre 1939 aveva firmato il "Trattato di mutua assistenza" con Gran Bretagna e Francia, in funzione principalmente anti-italiana) riteneva le proprie forze armate inadeguate a confrontarsi con la potente macchina da guerra tedesca già calata nei Balcani. Riteneva che gli aiuti militari promessi dagli inglesi sarebbero stati troppo limitati e sarebbero giunti comunque tardivi, quando ormai il paese sarebbe stato invaso e saccheggiato dalle armate dell'Asse. Sussisteva poi il timore che la Turchia, dissanguata ed esausta da una guerra pur vittoriosa contro la Germania, sarebbe stata alla fine facile preda dell'Unione Sovietica che mai aveva rinunciato all'obiettivo strategico di portare i propri confini fino alle acque del Mediterraneo. Alla fine, quando ormai le sorti della guerra erano segnate, nel febbraio 1945, la Turchia dichiarò guerra alla Germania (allo scopo di poter partecipare alla Conferenza di San Francisco) senza che le sue armate fossero coinvolte in alcun episodio di guerra.






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    2 - Il dopoguerra e il contezioso greco-turco


    Nel 1952 la Turchia entrò a far parte del Patto Atlantico assumendo un ruolo chiave nello scacchiere del Medio Oriente ma potendo anche beneficiare dell'appoggio economico dei ricchi Paesi dell'Occidente (specie gli U.S.A.) che avrebbero consentito alla Turchia di procedere all'ammodernamento dell'agricoltura e al decollo dell'industria. Il governo turco aveva chiesto di entrare nella N.A.T.O. fin dal 1948, preoccupato dalla politica aggressiva dell'U.R.S.S. nel dopoguerra. Gli Stati Uniti erano tuttavia contrari ritenendo che al momento la sicurezza di quel paese fosse garantita dalla "dottrina Truman" con la quale per la prima volta il governo americano affermava il suo interesse nei riguardi del Medio Oriente sostituendosi alla presenza della Gran Bretagna (uscita esausta dalla seconda guerra mondiale) e contrapponendo la propria potenza politica e militare al blocco dei paesi socialisti. All'ingresso della Turchia ponevano obiezioni anche i membri europei del Patto (ad eccezione dell'Italia) preoccupati per l'estensione di oltre 2.000 Kmq della linea di contatto diretto con l'U.R.S.S. Alla fine il governo Menderes riuscì a conquistarsi l'appoggio decisivo degli Stati Uniti, grazie anche alla chiaroveggente iniziativa di inviare, nel luglio 1950, una brigata turca in Corea a combattere sotto l'egida dell'O.N.U. contro gli invasori comunisti. L'unità turca diede sul campo ottima prova talché il prestigio della Turchia crebbe enormemente presso l'opinione pubblica americana.
    Entrata nella N.A.T.O. la Turchia cercò di integrare la sua cornice di sicurezza, come già aveva fatto nell'anteguerra, dando vita ad alleanze con i paesi dei Balcani e del Medio Oriente. Ad Ankara nel 1953 fu firmato il "Patto Balcanico" fra Grecia, Turchia e Yugoslavia, sostituito, per iniziativa del maresciallo Tito, dal "Patto di Alleanza", firmato a Bled nell'agosto del 1954. Per le parti interessate il "Patto" era assai coinvolgente in quanto esse si impegnavano "a considerare ogni aggressione armata contro una o alcune di esse, in qualsiasi parte del loro territorio, come un'aggressione contro tutte e tre le parti contraenti che pertanto porgeranno aiuto, individualmente o collettivamente, alla parte o alle parti aggredite, prendendo immediatamente tutte le misure, incluso anche l'impiego della forza militare, che riterranno necessarie per una efficace difesa". Nel 1955, grazie all'attivismo del Primo Ministro Menderes, la Turchia stipulò l'Iraq il "Patto di Baghdad", cui aderirono nello stesso anno il Pakistan, la Gran Bretagna e l'Iran. Contrariamente al "Patto Balcanico", il "Patto di Baghdad" era una sorta di accordo-cornice e faceva riferimento a generiche misure di cooperazione nel settore della sicurezza.
    Si può affermare che l'obiettivo della Turchia di integrare il proprio inserimento nella N.A.T.O. con la creazione di organizzazioni di difesa nei Balcani e Medio Oriente sia stato sostanzialmente mancato. Il "Patto di Alleanza" nacque morto per il disimpegno di Tito che, avuto riconosciuto dai dirigenti di Mosca (Stalin era morto) il diritto a seguire la propria "via nazionale al socialismo", preferì collocarsi nell'ambito dei paesi non allineati. D'altro canto il problema di Cipro, esploso nella seconda metà degli anni cinquanta, avvelenò i rapporti tra Grecia e Turchia precludendo ogni possibilità di collaborazione tra i due paesi. Per quanto riguarda il "Patto di Baghdad" (che, con la defezione dell'Iraq, prese il nome di CEN.T.O. - Central Treaty Organisation - con sede ad Ankara), esso rivelò ben presto la propria sterilità dovuta alla frattura di fondo creatasi tra la Turchia di Atatürk ed il mondo arabo, che rendeva irrealizzabile ogni ipotesi di futura collaborazione.
    L'ingresso della Turchia nel Patto Atlantico provocò risentimenti su più fronti: da una parte i paesi filo-sovietici la accusavano di aver assunto un atteggiamento ostile e aggressivo e dall'altra i paesi arabi, già poco simpatizzanti nei confronti della Turchia sia per il "laicismo kemalista" che per il suo riconoscimento dello Stato di Israele nel 1949, imputavano al governo turco di voler trovare una nicchia nel mondo bipolare piuttosto che entrare a far parte di un blocco equidistante dalle due superpotenze. La scelta "occidentale" della Turchia fu ulteriormente consolidata dalla sua adesione ai principali organismi europei quali il Consiglio d'Europa, l'O.E.C.E., la C.E.E. (in qualità di membro associato) e l'O.S.C.E..
    I rapporti della Turchia con i paesi della N.A.T.O. e con la Comunità Europea sono stati però spesso turbati dalle tensioni con la Grecia a causa del contenzioso per l'isola di Cipro e per la sovranità sulle acque dell'Egeo.
    Il problema dello status internazionale di Cipro avvelena da quasi cinquant'anni i rapporti della Turchia con la Grecia ed ha determinato, in alcune fasi del suo sviluppo, momenti di tensione anche con altri Stati occidentali e, in particolare, con gli Stati Uniti. Le comunità greca (maggioritaria) e turca dell'isola di Cipro (posta dal Trattato di Losanna sotto la sovranità inglese) convissero senza problemi fino alla metà degli anni cinquanta allorché la Gran Bretagna palesò l'intendimento di dare l'indipendenza all'isola. I greco-ciprioti, spalleggiati da Atene, innalzarono la bandiera dell'Enosis (annessione alla Grecia) e diedero vita ad una organizzazione militare, l'Eoka, che cominciò a compiere atti di terrorismo anti inglesi. Per parte loro i turco-ciprioti (ed i governanti di Ankara) sostennero la tesi che l'isola dovesse essere restituita agli antichi proprietari (i turchi) o, in alternativa, divisa tra le due comunità. La mediazione inglese ottenne alla fine il consenso per l'indipendenza dell'isola (proclamata il 16 agosto 1960), per la quale fu elaborata una costituzione che prefigurava un delicato equilibrio istituzionale tra le due comunità. L'accordo peraltro fu integrato da un "Trattato sulle garanzie" che in sostanza consentiva a Gran Bretagna, Grecia e Turchia, congiuntamente o separatamente, di intervenire per ripristinare lo status quo nell'isola. L'Arcivescovo Makarios, presidente della neoproclamata repubblica, mise ben presto in discussione l'equità delle prerogative garantite dalla costituzione alla minoranza turca, innescando così oltre un decennio di scontri fra le due comunità con operazioni di "pulizia etnica" che determinarono il raggruppamento in "enclave" dei turco-ciprioti. Il governo di Ankara, dopo aver minacciato più volte di intervenire in soccorso dei turco-ciprioti, alla fine, nel 1974, avvalendosi del "Trattato sulle garanzie" inviò un corpo di spedizione militare che occupò la parte settentrionale dell'isola dove si raggrupparono i turco-ciprioti. Il 15 novembre 1983 l'Assemblea Legislativa turco-cipriota annunciò la nascita della Repubblica Turca di Cipro nord. La Turchia (unico Stato al mondo) riconobbe subito la nuova entità statale. Dal 1974 Cipro resta suddivisa in due separate unità statali tra le quali sono schierate le truppe di interposizione dell'O.N.U.
    Anche il contenzioso greco-turco per l'Egeo è originato dal Trattato di Losanna che confermò l'attribuzione alla Grecia delle oltre 2.300 isole di quel mare. In tale sede, peraltro, la Turchia non mosse obiezione alcuna. Il problema è assai complesso e investe quattro diversi aspetti: sovranità sulle acque territoriali, estensione della piattaforma continentale, diritti di pesca e militarizzazione delle isole. I primi due sono i più delicati e più volte, in un recente passato, hanno portato i due paesi sull'orlo dello scontro armato, evitato in extremis dall'intervento dei vertici N.A.T.O e degli Stati Uniti.
    Nel 1936 la Grecia, come la maggior parte dei Paesi (compresa la Turchia), fissò il limite delle proprie acque territoriali a 6 miglia, determinando in tal modo la propria sovranità sul 35% della superficie dell'Egeo. La Convenzione O.N.U. del 1982 sui diritti del mare autorizzava tuttavia i paesi ad estendere tale limite fino a 12 miglia portando la sovranità della Grecia sull'Egeo (qualora applicata) al 63,9%: in pratica, agli occhi della Turchia, un blocco navale. Finora, tuttavia, il governo americano è riuscito a dissuadere Atene dall'applicare la Convenzione O.N.U.
    Per quanto riguarda la delimitazione della piattaforma continentale, la disputa greco-turca esplose all'inizio degli anni '70 allorchè furono individuati importanti giacimenti di gas e petrolio nei pressi delle isole greche di Lemno, Skiros e Lesbo, nonché al largo dell'isola di Tassos. Atene allora ratificò la Convenzione di Ginevra del 1964 sulla piattaforma continentale, proclamando il diritto di avvalersi delle norme della Convenzione stessa (art.6) in base alla quale i confini della piattaforma continentale fra Grecia e Turchia possono essere segnati dalla linea mediana tra le coste anatoliche e le isole greche dell'Egeo: il che equivarrebbe attribuire alla Grecia la quasi totalità della piattaforma dell'Egeo. Ankara ovviamente rigettò la tesi greca sostenendo l'esistenza di vaste aree sottomarine poco profonde al largo delle coste turche che costituiscono inequivocabilmente il prolungamento naturale dell'Anatolia, e dunque la piattaforma continentale della medesima. Per ribadire i propri diritti nel 1974 fece iniziare ricerche petrolifere in un'area ad ovest delle isole greche di Psara e Chio nella quale anche la Grecia aveva commissionato ricerche. Seguì una accesa e complicatissima polemica sul piano bilaterale e nelle istanze internazionali (Corte di Giustizia dell'Aia e Consiglio di Sicurezza dell'O.N.U.). Alla fine, Washington fece valere la propria autorità persuadendo i due paesi ad accettare la mediazione del Segretario Generale della N.A.T.O. Seguì quello che fu chiamato lo "spirito di Davos", dal nome della località dove si incontrarono a fine gennaio 1988 i Presidenti Papandreu e Ozal. Essi decisero che le attività di ricerca petrolifera sarebbero state condotte solo entro i limiti delle acque territoriali e concordarono misure per favorire un clima di maggior fiducia tra i due paesi.






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    3 - La difficile trasformazione dello stato kemalista


    Per quanto riguarda la politica interna, la democrazia turca d'anteguerra era stata assai simile ad una sorta di dittatura del "padre dei turchi" Atatürk. Una effettiva dialettica tra i partiti iniziò solamente negli anni cinquanta con il governo Menderes (Partito Democratico) e fu subito caratterizzata da estrema vivacità che sovente sfociava in disordini e violenze. Periodicamente pertanto sono intervenuti i militari che, attribuitosi il ruolo di arbitri nello svolgimento della vita democratica, hanno imposto con il pugno di ferro la "pace sociale" e "azzerato" il panorama politico del paese. Dalla fine della guerra ad oggi le forze armate hanno compiuto tre colpi di stato: nel 1960 (rovesciamento del governo Menderes), nel 1971 ("golpe del memorandum") e nel 1980 (rovesciamento del governo Demirel). Ma, a parte questi tre interventi diretti, i militari hanno frequentemente condizionato anche l'attività dei governi regolarmente costituiti. Il fatto è che essi si attribuiscono, forse a ragione, un ruolo determinante nell'edificazione della nuova Turchia. E' incontestabile che i militari hanno avuto un ruolo centrale per il trionfo della rivoluzione. Senza il loro appoggio Mustafà Kemal non avrebbe potuto sconfiggere i greci e costringere gli altri contingenti di occupazione a lasciare l'Anatolia. Né avrebbe avuto forza sufficiente per sconfiggere il sultano, abolire il califfato e ricostruire dalle fondamenta la nuova entità statale forgiandola secondo modelli occidentali completamente estranei alla cultura dei turchi. Fino alla morte di Atatürk, moltissime posizioni chiave nel governo e nella pubblica amministrazione furono tenute da ufficiali o ex ufficiali. Durante la guerra, il capo di Stato Maggiore, generale Fevzi Cakmak, ebbe un ruolo di grandissimo rilievo nella gestione della difficile neutralità, ed aveva formale e sostanziale precedenza sui ministri. Occorre anche dire che nessuno dei colpi di stato fu compiuto dai militari con lo scopo di prendere il potere e mantenerlo e che, inoltre, in ogni occasione, la grande maggioranza della popolazione fu concorde con la loro iniziativa. Dopo ogni colpo di stato i militari restituirono il potere ai civili nel più breve tempo possibile: 17 mesi nel 1960 e circa tre anni nel 1971 e 1980.
    I militari sono intervenuti ogni qual volta ritenevano che lo svolgimento della vita politica del paese si discostasse dai principi guida fissati da Mustafà Kemal e, in particolare, da quello dell'unità dello stato-nazione turco. Così nel 1960 essi intesero impedire una deriva autoritaria del governo Menderes anche se, secondo alcuni osservatori politici, furono mossi in realtà da un forte risentimento verso un governo che aveva cercato in ogni modo di minare il prestigio della categoria e che l'aveva penalizzata economicamente.
    Il "golpe del memorandum" del 1971 fu determinato dalla necessità di porre fine ad un periodo di grave violenza politica ad opera di estremisti di sinistra. I capi delle Forze Armate, nella veste di membri del Consiglio di Sicurezza Nazionale (istituito dalla giunta che prese il potere nel 1960), inviarono un ultimatum al presidente della repubblica ed ai presidenti dei due rami del parlamento invitandoli a prendere immediati provvedimenti per stroncare la violenza politica. Il governo Demirel si dimise ed il parlamento diede vita ad una serie di governi tecnici che adottarono, sotto l'occhio vigile delle forze armate, draconiani provvedimenti per estirpare la violenza.
    Il colpo di stato del 1980 fu sicuramente il più "pesante" ed incise profondamente sul quadro politico turco. Come nel 1971, esso fu motivato dalla necessità di por fine ad un lungo periodo di sanguinose violenze politiche ad opera delle fazioni estremiste di destra e sinistra nei cui riguardi i vari governi di coalizione, paralizzati dalla litigiosità dei partiti che li sostenevano, si mostravano impotenti. L'intervento dei militari fu però causato anche dall'affiorare sulla scena politica della religione e dell'integralismo islamico. Il movimento di Khomeini aveva trionfato in Iran e veniva percepito il pericolo che si estendesse anche in Turchia. Il Partito della Salvezza Nazionale di Necmetin Erbakan, di ispirazione islamica, era molto attivo sulla scena politica e sembrava avvicinarsi alla linea degli integralisti iraniani. Preso il potere, i militari, sotto la guida del generale Evren, lo mantennero per tre anni, tempo necessario per "mettere ordine" nella vita politica turca. Furono varati una nuova legge elettorale e nuovi regolamenti per i partiti politici e, soprattutto, fu elaborata una nuova costituzione suscettibile di evitare il ripetersi di periodi di paralisi politica e di violenze verificatesi con la seconda repubblica. Veniva inoltre confermato il Consiglio di Sicurezza Nazionale quale "osservatorio" dei militari sullo svolgimento della contesa politica.
    Dopo tre anni, nel 1983, il potere fu passato ai civili ed alle elezioni il Partito della Madrepatria (A.N.A.P.) di Turgut Ozal ottenne una schiacciante maggioranza. Ozal avviò un periodo di politica liberale e si preoccupò di varare misure economiche per avvicinare la Turchia ai Paesi Occidentali. Il Primo Ministro avviò una politica di privatizzazioni, di liberalizzazione economica e aumento delle esportazioni, tutto teso all'ingresso del suo Paese nella Comunità Europea. La sua politica però, sebbene di forte impatto per l'economia, non portò all'entrata del Paese nella C.E.E.: questo perché permanevano forti dubbi in seno alla Comunità Europea in ordine alla permanente disoccupazione, agli elevati tassi di interesse, al poco spazio dato dal governo alle politiche sociali e al continuo attrito con la Grecia.
    Ma, nonostante il crescente malcontento della popolazione nei confronti della sua politica e la sconfitta alle elezioni amministrative del 1989, Ozal riuscì a farsi eleggere presidente della repubblica nel mese di ottobre, primo civile ad assurgere ad una carica in precedenza sempre occupata da militari.
    Il nuovo presidente si trovò ad affrontare i delicati problemi dell'area mediorientale. Nel 1990 la Turchia accettò di partecipare all'embargo O.N.U. nei confronti dell'Iraq, reo di aver invaso il Kuwait. Senza partecipare attivamente al conflitto con l'invio di truppe, mise a disposizione del contingente anti Saddam Hussein le proprie basi aeree e impedì il transito del petrolio iracheno sul suo territorio, una delle misure fondamentali dell'embargo. Ankara, in particolare, temeva che dal conflitto scaturisse l'indipendenza dei curdi iracheni, fatto che avrebbe riacceso il problema della creazione di uno Stato curdo indipendente, con le inevitabili rivendicazioni dei curdi abitanti sul suo territorio. Per questa ragione, approfittando della fragile situazione politica nell'area, la Turchia attaccò nel 1991 le basi del Partito dei Lavoratori Curdi (P.K.K.) in territorio iracheno, distruggendo diversi centri abitati e causando forti perdite nella popolazione civile.
    Scemava intanto la popolarità del partito del presidente, anche a causa delle forti critiche alla partecipazione turca al conflitto contro l'Iraq. Questa situazione portò alla fine del 1991 alla vittoria del "Partito della Giusta Via" (DYP) di Soliman Demirel che andò al governo alleandosi con il "Partito Popolare Socialdemocratico" (SHP) di Erdal Inönü, mentre il "Partito della Madre Patria" si trovò all'opposizione.
    Prioritarie risultavano per la nuova compagine governativa presieduta da Demirel l'entrata nella Comunità Europea e la risoluzione dei problemi delle minoranze del paese, in particolare quella curda. Per quanto riguarda l'entrata nella C.E.E. i primi risultati si ebbero quasi subito con la decisione della Comunità Europea di far accedere la Turchia al regime di unione doganale a partire dal 1996.
    Più difficile risultava la soluzione in tempi brevi del problema curdo. Nonostante infatti ci fossero state delle aperture da parte del primo ministro appena insediato, i vertici del PKK (dichiarato fuorilegge) annunciarono all'inizio del 1992 la creazione di un'Assemblea Nazionale nei territori a maggioranza curda della Turchia e dell'Iraq. Questo annuncio comportò l'inizio di violentissimi scontri tra le forze di sicurezza turche e i guerriglieri curdi, tanto che nella questione curda intervenne anche il Consiglio d'Europa che chiese alla Turchia di diminuire la pressione nei confronti della comunità curda. Per paura di negative ripercussioni tra i partner europei e per evitare ostacoli all'entrata ufficiale nella C.E.E. Ankara decretò l'amnistia per 5000 prigionieri politici curdi.
    Moriva intanto, nell'aprile del 1993, il Presidente Turgut Ozal. Gli successe nella carica istituzionale il primo ministro Demirel mentre, a capo del governo, andò la signora Tansu Ciller, membro del partito D.Y.P. Il nuovo primo ministro continuò il programma di massicce privatizzazioni già iniziato dai suoi predecessori pervenendo ad un cospicuo risanamento delle casse statali, ma si trovò anche di fronte ad innumerevoli scioperi e manifestazioni di protesta proclamate per i licenziamenti previsti dalle privatizzazioni.
    Intanto, sul fronte curdo, la situazione rimaneva sempre tesa: verso la metà del 1993 il PKK decretò una tregua unilaterale e, dichiarata la rinuncia alla creazione di uno stato indipendente, sollecitò contatti con il governo di Ankara per l'avvio di negoziati. Ma il governo si rifiutò di riconoscere un ruolo politico a quella che considerava una organizzazione di guerriglia ed ebbe quindi inizio un nuovo periodo di attentati e rappresaglie. Il 1994 infatti viene considerato un "anno di sangue" causa i continui attentati del PKK, attentati che coinvolgevano anche stati europei accusati di fornire armi alla Turchia (come la Germania); d'altra parte, diventava sempre più feroce la pressione dell'esercito turco nei confronti della popolazione curda, costretta a improvvise fughe di massa sulle montagne.
    La difficile situazione politica e l'aumento delle azioni terroristiche provocò la crescita di gruppi legati al partito islamico: sono infatti del 1995 le elezioni che portarono alla vittoria del "Partito della Prosperità" (P.P.), erede del Partito della Salvezza Nazionale di Erbakan, che diventò il partito di maggioranza relativa in Turchia, fortemente caratterizzato dal punto di vista religioso, oltre che anti-europeo e anti-N.A.T.O.
    Inizialmente il DYP e l'ANAP, per evitare la presa del potere degli islamici, diedero vita ad una coalizione guidata da Mesut Ylmaz (inizio 1996). Ma l'alleanza fu di breve durata e il DYP optò per una coalizione con il partito islamico di Erbakan che divenne primo ministro. La nuova alleanza scatenò, come era prevedibile, una feroce lotta politica: il PP fu accusato di dare protezione a gruppi islamici dichiarati illegali dal governo e di condurre il paese sull'orlo della guerra civile, cosa che portò alla crisi di governo e alla deposizione del primo ministro Erbakan, sostituito da Mesut Ylmaz.
    Il nuovo governo promosse in campo internazionale stretti rapporti politico-militari con Israele, rendendo di conseguenza tesi i rapporti con i paesi arabi e, in particolare, con la Siria (a tal proposito l'interruzione del corso delle acque dell'Eufrate per "presunte cause tecniche" fu in realtà una ritorsione contro la Siria), rea di appoggiare e dare asilo ai combattenti curdi del P.K.K. Continuavano intanto gli attacchi dell'esercito turco contro i santuari del P.K.K. in Iraq, attacchi resi possibili da uno specifico accordo con Baghdad mentre si manifestavano all'interno del movimento indipendentista curdo frizioni marcate tra i membri del P.K.K. e del K.D.P. (Partito Democratico del Kurdistan), accusato dai primi di essere asservito al potere centrale di Ankara. La violenta repressione da parte delle forze di sicurezza turche ha causato la momentanea esclusione di Ankara dal processo di adesione all'Unione Europea (dicembre 1997); la decisione è stata motivata con l'insufficiente garanzia di salvaguardia dei diritti umani (repressione dei curdi, uso della tortura da parte della polizia, censura dei mezzi di informazione). Il duro confronto tra le forze laiche (in particolare l'esercito) e quelle del radicalismo islamico è culminato con lo scioglimento, nel gennaio del 1998, da parte della Corte costituzionale, del "Partito della Prosperità" (maggiore partito di opposizione e partito di maggioranza relativa), che è stato tuttavia ricostituito come "Partito della Virtù".
    Alla fine, nel 2000, la C.E.E. ha formalmente accolto la candidatura della Turchia ad entrare nella Comunità.





    (Stefano Alamari)

  25. #25
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    CHE FINE HA FATTO DIO?

    Piergiorgio Odifreddi




    All'affermazione di Nietzsche che "Dio è morto", Woody Allen ribattè una volta: "No, ha solo traslocato e ora lavora a un progetto meno ambizioso". Morto o emigrato, Dio sembra comunque essersene effettivamente andato dall'Occidente e non interessarci più. O almeno, non nelle forme fumettistiche della religione tradizionale, rivolte ai pastori analfabeti della Palestina di due o tremila anni fa, e dunque anacronistiche e superficiali per l'uomo tecnologico occidentale di oggi. Che cosa rimane allora della religione tradizionale nel mondo contemporaneo, e quali mutazioni del gene(si) ha subíto per adattarsi ai bisogni della modernità?

    Prima di rispondere a queste domande, sarà utile cercare di capire i motivi per i quali la gente crede, quando ancora crede. Al primo, generico e ovvio, alludeva Gadda notando che "non tutti sono condannati a essere intelligenti". Benchè sia infatti imbarazzante dirlo, la maggioranza degli uomini non brilla nè per cervello nè per cultura, e costituisce un fertile terreno per la disseminazione e l'attecchimento delle sciocchezze più disparate: dalle promesse dei governanti alle menzogne della pubblicità, dalle banalità dei media alle soprannaturalità dei preti.

    Sarebbe però semplicistico e superficiale ridurre la fede a un capitolo della stupidità umana: d'altronde, ci sono molte persone intelligenti e colte che credono, o almeno «dicono» di credere. Una buona parte di esse «crede» di credere, secondo la felice espressione di un filosofo, o «finge» di credere, secondo l'infelice abitudine dell'uomo pubblico. La sensibilità e l'interesse per il trascendente non sono infatti molto diffuse in società materialiste come quelle occidentali, e la fede si riduce spesso soltanto a una pratica sociale, adottata senza troppi pensieri per tranquillità personale, o simulata con precisi calcoli per convenienza elettorale.

    Nella maggior parte dei casi, però, la fede è probabilmente il risultato di un programma educativo enunciato brutalmente dal teorico della restaurazione Joseph de Maistre: "dateceli dai cinque ai dieci anni, e saranno nostri per tutta la vita". Non a caso la Chiesa e i partiti politici che la rappresentano, dalla Democrazia Cristiana di ieri al Polo di oggi, combattono battaglie furiose sulla scuola privata, in nome della libertà di insegnamento: perchè sanno benissimo che il lavaggio del cervello effettuato sui bambini avrà effetti permanenti sugli adulti. D'altronde, se una seduta ipnotica può bastare a costringerci a comportamenti inspiegabili ma ineluttabili, un indottrinamento sistematico potrà ben continuare a farci credere a Gesù Bambino anche da grandi.

    Natura e cultura a parte, le motivazioni conscie o inconscie che spingono l'uomo a credere possono essere le più svariate: il desiderio di garantire i valori morali, il bisogno di comprendere e ingraziarsi la natura, i sensi di timore, di impotenza e di paura nei confronti della vita e della morte, il tentativo di affrontare alla radice le crisi esistenziali, la soddisfazione di pulsioni e desideri infantili rimossi, la concretizzazione delle idee di perfezione e di grandezza, la coscienza dell'infinito, l'attivazione simbolica di archetipi collettivi, la solitudine dell'uomo nell'universo, e chi più ne ha più ne metta.

    Ma di fronte a ciascuna di queste motivazioni, di ordine per cosí dire "superiore", le religioni tradizionali ormai non sanno offrire altro che soluzioni di qualità inferiore. I bisogni ai quali abbiamo accennato sono infatti meglio e più adeguatamente soddisfatti da altre parrocchie. Ad esempio, la letteratura, la filosofia e le scienze naturali e umane sono più attrezzate a narrare storie, elaborare sistemi e spiegare il mondo e l'uomo di quanto possa farlo una rudimentale mitologia mediorientale antica: ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne immaginassero i profeti mediorientali e gli dèi di loro invenzione.

    Le religioni più inadeguate per il mondo moderno sono sicuramente i monoteismi, che pretendono di possedere una verità unica e direttamente rivelata. Naturalmente, di monoteismi veri ce ne può essere al massimo uno: quando invece ce ne sono due o, Dio non voglia, addirittura tre, le cose si complicano ed esplodono. Da un lato, gli altri monoteisti verranno percepiti come sacrileghi e blasfemi, e massacrati nelle reciproche carneficine che hanno segnato la storia antica e recente di ebrei, cristiani e musulmani. Dall'altro lato, gli infedeli verranno considerati come esseri inferiori da eliminare o redimere, attraverso le innumerevoli guerre di conquista che gli imperialismi ebraico, cristiano e islamico hanno perpetrato nei secoli, negli anni e nei mesi passati.

    Ma l'inadeguatezza del monoteismo non è soltanto politica. Considerare testi storicamente datati quali la «Bibbia» e il «Corano» come se fossero divinamente ispirati porta infatti a scambiare i costumi alimentari, sessuali e sociali di antichi popoli per comandamenti e precetti universali e immutabili. Chiedere all'uomo delle città odierne di continuare a comportarsi come nel deserto di ieri significa ridurlo a un'astrazione senza tempo nè luogo, invece di riconoscerne la storicità, e porta direttamente al fondamentalismo e alla perversione.

    Questi si manifestano, soprattutto, in una patologica (e tutt'altro che immacolata) concezione della donna e della sessualità, che causa da un lato il disincanto dei fedeli e il loro disinteresse per le politiche familiari della Chiesa, soprattutto nel campo anticoncezionale, e porta dall'altro lato a fenomeni imbarazzanti quali la pedofilia di molti preti, che interpretano in maniera «sui (de)generis» l'esortazione "lasciate che i pargoli vengano a me", e sono recentemente costati al Vaticano duemila miliardi di vecchie lire in risarcimenti nei soli Stati Uniti.

    E' però forse nella loro superbia antropocentrica che i monoteismi rivelano le proprie limitazioni di fronte al pensiero scientifico. Credere che l'uomo sia il figlio prediletto di un dio cozza infatti contro tutte le scoperte scientifiche della storia moderna: il sistema copernicano che rimuove la Terra dal centro del mondo, l'evoluzionismo darwiniano che collega l'uomo alla scimmia, la psicoanalisi freudiana che svela la potenza dell'inconscio, la relatività einsteniana che elimina ogni sistema di riferimento privilegiato, la biologia molecolare che riduce la vita all'informazione genetica, sono tutte tappe di un progressivo ridimensionamento dell'uomo che la Chiesa non può che cercare pateticamente di contrastare e contenere.

    Alla luce delle sue incompatibilità con la modernità, si comprendono e si spiegano le vicende recenti della religione nel mondo occidentale. Il Vaticano, ad esempio, ha da tempo concentrato le sue attenzioni sugli anelli più deboli della catena umana: il terzo mondo, i giovani e i "poveri di spirito". Ad essi si rivolgono le apparizioni mediatiche di un Papa Superstar in moto perpetuo da più di un ventennio, che adora madonne ed esorcizza demoni, crede nei miracoli e canonizza ciarlatani.

    A testimoniare l'ambivalenza della sua figura basterà l'episodio della "rivelazione" del terzo segreto di Fatima, orchestrato in occasione del Giubileo del 2000: la spiegazione del fallito attentato di Piazza San Pietro mediante un intervento diretto della Madonna, preannunciato con decenni di anticipo a tre pastorelle, costituisce infatti un numinoso segno di predilezione divina per gli uomini di buona volontà, ma un pericoloso sintomo di delirio di potenza per gli uomini di buona razionalità.

    Che dire poi dei miracoli profusi dai santi e dai beati che nel suo instancabile attivismo il Papa ha proclamato a centinaia, elevandone da solo agli onori degli altari più di tutti i suoi predecessori messi insieme? Le sceneggiate come la recente cerimonia di canonizzazione di Padre Pio, accompagnate da un'imbarazzante mercificazione di «gadgets», non possono che scavare un solco di separazione fra chi crede e chi pensa, e testimoniano il disinteresse della Chiesa cattolica verso coloro che vorrebbero soddisfare i propri bisogni di spiritualità, senza però rinunciare ai doveri della razionalità.

    Naturalmente il problema non è soltanto contemporaneo, e fin dal Settecento ci sono stati tentativi di purgare il cristianesimo dagli aspetti superstiziosi, quali appunto la credenza nei miracoli, e di ridurlo a una religione naturale e non rivelata: sostanzialmente, all'esistenza di un Dio che governa o garantisce il mondo fisico e, eventualmente, quello morale. Purtroppo per la religione, quest'impresa sconfina inevitabilmente nel libero pensiero, quando non direttamente nell'ateismo, che sono appunto le scelte naturali dei pensatori di ieri e di oggi. E, più in generale, di tutti coloro che non riescono a vivere schizofrenicamente una doppia vita, scientifica e tecnologica durante la settimana, e superstiziosa e irrazionale la domenica e le altre feste comandate.

    Per coloro che, pur rigettando l'intrinseco fondamentalismo offerto dai tre monoteismi, desiderano comunque perseguire in qualche modo una scelta spirituale, ci sono soluzioni meno radicali che costituiscono le nuove vie della religione nel mondo moderno, in alternativa a quelle ormai logore delle istituzioni canoniche. Alcune di queste "nuove" vie sono in realtà altrettanto vecchie di quelle solite, ma presentano per un occidentale caratteristiche di freschezza e di diversità che le rendono respirabili come una ventata di aria fresca in un ambiente stantío e malsano.

    La prima e più appetibile alternativa è certamente quella delle religioni orientali, soprattutto nelle varie denominazioni del buddhismo, sulle quali da tempo si è concentrata l'attenzione dell'Occidente in generale, e degli Stati Uniti in particolare. Il motivo è presto detto: le credenze e i dogmi che ingabbiano rigidamente la dottrina cristiana, soprattutto nella versione cattolica, appaiono ormai o incomprensibili o irrilevanti, e sono per la maggior parte ignorati dagli stessi sedicenti fedeli.

    Ad esempio, non è possibile essere cattolici senza credere alla duplice natura e volontà di Cristo, all'esistenza del purgatorio, alla transustanziazione, all'immacolata concezione, all'assunzione, all'infallibilità pontificia, e compagnia bella. Ma basta provare a indagare fra parenti e conoscenti per accorgersi, ad esempio, di quanti immaginano che "immacolata concezione" significhi non che la Madonna è nata senza peccato originale, cosa difficile da comprendere, ma che ha concepito un figlio senza sporcarsi per cosí dire le mani, cosa invece difficile da digerire.

    Non è difficile immaginare che la maggioranza assoluta, per non dire la quasi totalità, delle vecchiette, dei giovani e dei semianalfabeti del terzo mondo che frequentano le chiese, professi al più un generico e vago cristianesimo, e che sia completamente ignara delle sottigliezze teologiche in base alle quali si appartiene a una delle varie sette cristiane, Chiesa di Roma compresa, invece che a un'altra.

    Di fronte a un cristianesimo teistico, dogmatico e irrazionale, il buddhismo si presenta invece agli occidentali come una religione umanistica, democratica e scientifica. Lungi dal basarsi sul mito truculento della passione e morte di un dio sceso in terra per redimerci dai nostri peccati, esso si ispira alla favola bella di un uomo come noi che cerca, sperimenta, sbaglia, e infine trova la via per la liberazione dalla sofferenza. E, dopo averla trovata, la insegna modestamente a chi si dimostri interessato, dicendo: "Io ho fatto cosí, se vuoi prova anche tu".

    La ricerca del Buddha si basa su una fenomenologia assolutamente scientifica: un'analisi della genesi del dolore e dei possibili mezzi per la sua eliminazione. E l'analisi scopre una completa interdipendenza degli eventi, una rigorosa concatenazione di cause ed effetti secondo il principio del «karma», che altro non è se non il principio di azione e reazione, e cioè la causalità. C'è forse da stupirsi che il buddhismo interessi e attragga in un'era scientifica? Soprattutto quand'è propagandato da personaggi come il Dalai Lama, la cui personalità allegra e modesta contrasta profondamente con quella tetra e conservatrice di un papa polacco?

    Naturalmente, il buddhismo e le religioni orientali sono soltanto alcune delle opzioni che si offrono all'occidentale in cerca di alternative al cristianesimo. Una delle più interessanti, quasi sconosciuta da noi ma diffusa ormai in duecento paesi, è il «baha'ismo», che già Tolstoj aveva definito "la più alta e pura forma di religione". Essa fu fondata nel 1863 da un persiano di nome Mirza Husain Ali Nuri, che si considerava la decima incarnazione di Vishnu, il messia degli ebrei, il successore di Zarathustra, il Buddha Maitreya, il Cristo risorto e il dodicesimo imam. Il suo insegnamento si basa sulle precedenti religioni rivelate, e le fonde insieme in un'originale e interessante sincretismo universale.

    Va da sè che in Italia le vie delle religioni alternative al cristianesimo sono scarsamente praticate, a causa dell'ostruzionismo della Chiesa e dei suoi sensali politici. La quale e i quali considerano l'aderenza a qualunque fede diversa, fosse pure un altro monoteismo, come un tradimento di quei supposti valori occidentali che essi pretenderebbero addirittura di iscrivere nella futura Costituzione Europea.

    Posti di fronte all'alternativa "meglio atei che miscredenti", molti soddisfano allora i propri bisogni di spiritualità cascando dalla padella nella brace e rifugiandosi in versioni semilaiche e parascientifiche delle religioni. Esorcisti, demonologi, medium, maghi, parapsicologi, chiaroveggenti, sensitivi, cartomanti, guaritori, astrologi e compagnia bella contendono dunque ai preti il monopolio dello sfruttamento della stupidità e della creduloneria umana, e tutti insieme competono per spartirsi i lauti guadagni di un mercato florido e ricco.

    Ma l'irrazionalità mascherata delle pseudoscienze e la fede negli astri, nelle carte o nell'occulto non sono meno anacronistiche dell'irrazionalità palese delle religioni tradizionali e della fede nello Zeus greco, nel Giove latino o nel Gesù cristiano. Soltanto portando a compimento la decostruzione delle religioni e delle pseudoscienze, e scegliendo apertamente la via della razionalità e della scienza, l'Occidente potrà finalmente approdare a una concezione non caricaturale della spiritualità e trovare il sacro dove veramente sta: cioè, nella natura e nell'uomo.

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