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Discussione: Intervista a una leggenda

  1. #1
    Vitor
    ospite

    Predefinito Intervista a una leggenda

    kareem abdul jabaar
    tutto molto condivisibile a mio avviso


    Intervista a Kareem Abdul Jabbar, uno dei monumenti dello sport
    Ha cambiato il basket ed una fetta di cultura americana
    "Poveri campioni di oggi
    l'unico credo è il dollaro"
    dal nostro inviato EMANUELA AUDISIO
    <B>"Poveri campioni di oggi<br>l'unico credo è il dollaro"</B>
    Jabbar in azione

    LOS ANGELES - Lei ha provato.
    "A non abbassare mai la guardia, anche fuori dal parquet. Eravamo i Lakers, la squadra di Hollywood, delle celebrità, dei ricchi e famosi. Volevano che fossi gentile con i giornalisti, che raccontassi i pettegolezzi, chi vedevo, con chi andavo a letto, le orge dell'Nba. Mi chiesero di essere più morbido, di avere glamour, che mi ci voleva?".

    Ecco, appunto.
    "Bè, mi ci voleva: a sopportare tutte quelle domande cretine, per me che sono laureato e appassionato di storia, che vengo da una famiglia con padre poliziotto. Non davo confidenza, non intendevo intrattenere Hollywood con il mio privato. Le orge, sì. Un pochino, e allora? Così mi guadagnai la fama di persona ostile, inavvicinabile. Un mostro".

    Ci sarà stato abituato.
    "A essere fuori misura sì. Sono stato il neonato più grande mai nato al Sydenham Hospital di New York. Ho preso la stazza da mio padre, che da ragazzo caricava le stecche del ghiaccio. Siediti, mi dicevano all'asilo. Ma sono seduto, protestavo. Sempre all'ultimo banco, dietro a tutti, nelle scuole di Harlem. Già alle elementari ero più alto del maestro. A nove anni, 1 metro e 77centimetri. Un freak per i miei compagni, il canestro invece era alla mia altezza".

    Dopo l'università avrebbe confessato.
    "Cosa?"

    Le droghe.
    "Brutto termine confessare, per me erano state un'esperienza. Erba, Lsd, eroina, cocaina. Si fumava, si sniffava, si tirava. Diavolo, erano gli anni Sessanta, c'era il movimento hippy, si sognava un altro mondo. Io stavo all'università di Ucla, solo. Niente più genitori e scuola cattolica. Le tavolette di acido costavano 2 dollari e 50 al pezzo, ti facevano sentire liquido e bello. Tutti si drogavano, sedevo con gli amici sulle colline di Los Angeles, guardavamo le stelle, pensieri cosmici. Era un trip collettivo. Avevo 19 anni, mi piacevano quelle sensazioni. Un po' meno la paranoia e la depressione che arrivavano dopo. Scoprii che ci si poteva eccitare in un altro modo. Lessi l'autobiografia di Malcom X. Rimasi folgorato. Si poteva non essere più solo negri. Veramente tutto quello che volevamo era andare nelle stesse toilette dei bianchi? C'era di più, ma bisognava non farsi male".

    E' quello che dice ai ragazzi oggi.
    "Sì. Dico che le droghe sono attraenti, ti fanno attraversare il paradiso, ma alla fine ti spediscono all'inferno. Non c'è bisogno di dannarsi così, di scoprire che è troppo tardi per smettere. Bruce Lee mi insegnò a incanalare la mia rabbia nelle arti marziali. Ho praticato yoga e meditazione".

    I giocatori che allena la stanno a sentire?
    "Scusi?".

    I ragazzi di oggi.
    "Ma questi sanno già tutto. Non si fanno domande o hanno già le risposte. Guardi la cronaca nera in America, è piena di campioni dello sport che picchiano, violentano, assaltano, ammazzano. Io alleno i centri, sa cosa mi ha detto un giocatore? Che dovevo evitare di criticarlo durante l'allenamento perché lo facevo soffrire. Mi ha suggerito di evitargli brutte figure davanti agli altri. Si ritengono dei fenomeni perché fanno grandi schiacciate, anche se la loro squadra perde di venti punti. Dai, ridicoli. Ai tempi miei gente così finiva in panchina, ad imparare. E non sto parlando di Andrew Bynum, che invece mi dà soddisfazione. Si sa, sono giovani, ricchi, con le tempeste ormonali in azione. Non è che noi fossimo santi o non amassimo l'allegria sessuale, ma non finivamo al commissariato per queste cose. Sono così ignoranti, così fragili. Pensano che il gioco sia lo show in tv, non il lavoro in palestra".

    Voi invece?
    "Avevamo studiato, avevamo alle spalle una famiglia. Mio padre, che è appena morto, aveva suonato con Count Basie, Dizzy Gillespie, Benny Carter. Faceva parte dell'orchestra che al Madison Square Garden accompagnò la serenata di Marilyn Monroe a John Kennedy nel '62. Questi vengono da nuclei separati, sono stati cresciuti da un solo genitore, quasi sempre la mamma, considerano lo studio una gran perdita di tempo, meglio fare soldi. Go cash, prego. L'unica identità è il contante. Una volta i campioni neri erano discriminati, avevano voglia di lottare, trovavano punti di riferimento. Questi stanno bene e se ne fregano. Mi chiedono: dove vanno i neri? E che ne so. Quali neri? Ognuno va per la sua strada, non c'è più collettivo, parola d'ordine comune. Solo una cifra in banca".

    Lei nel '68 boicottò.
    "Sì. I Giochi di Città del Messico. Ne parlavamo da tempo all'università. Noi neri eravamo americani solo quando c'era da vincere medaglie, poi scesi dal podio tornavano ad essere cittadini di serie B, senza diritti. Era ora di far capire all'America che lo sfruttamento era finito, che non avremmo corso e saltato per una patria che non ci rispettava. Io sono nato due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, ai tempi in cui nelle scuole c'era ancora la segregazione, in cui se andavi al sud ti dicevano di tenere gli occhi bassi e di non sbagliare marciapiede. Zitto, negro, e fila via. Così rifiutai la nazionale, ma in quel pugno di nero di Smith e Carlos c'ero anch'io. Le minacce, le telefonate di notte, i sacchi di cacca arrivarono pure a me".

    Lei è musulmano.
    "Sono stato tra i primi a convertirmi con Mohammad Ali. Mi chiamavo Lew Alcindor. Tutti a chiedermi: che è questo Islam? Anche i miei, molto scandalizzati. Cercavo di essere discreto, chiedevo alla gente di togliersi le scarpe quando veniva a trovarmi. Ma giocavo a Milwaukee, posto di tedeschi, polacchi e contadini. Troppi cattolici. Difficile fare buone conversazioni, tenere alto il livello, evitare di bere. Dove altro puoi andare nel Wisconsin se non al bar? Così chiesi di essere ceduto".

    E l'11 settembre?
    "Sono entrato in confusione. Mi sono arrabbiato. Non mi ero dato all'Islam per diventare complice di una banda di assassini. Uno shock. Da quel giorno lì negli aeroporti americani mi guardano strano, soprattutto quando mostro il mio documento. Sei titoli Nba non bastano a garantire la mia identità. Tu sei come quelli, mi dicono. Nossignore, rispondo. Io sono uno dei tre-quattro milioni di musulmani americani che non sono affatto poveri rabbiosi disperati ignoranti emarginati. A Los Angeles vado in moschea con africani, pachistani, arabi, indonesiani, indiani che non hanno bombe in tasca".

    E' favorevole alla guerra in Iraq?
    "Io non penso che Saddam sia una brava persona. Era un dittatore".

    Lei è andato a visitare le truppe.
    "Sì. Più di dieci anni fa, dopo Desert Storm. Ho avuto amici che in Vietnam hanno perso gambe, mente, vista, vita, mio padre ha combattuto nel '40-'45, so fare distinzione tra guerra e soldati. E i soldati vengono sempre dalle ultime file della società, sono i più poveri, quelli che non hanno avuto altre possibilità. Ma detto questo la politica estera americana deve cambiare. Gli Usa non possono pretendere di disegnare il mondo a loro piacimento, non vanno così le cose. La gente deve e vuole scegliere. La democrazia non può essere imposta, e i Baath non la vogliono".

    Una musulmana può fare sport?
    "Lo sport aiuta, rafforza, favorisce. E' salute, è un diritto del corpo. Si sta bene quando lo si fa. Anche le donne ne hanno diritto, ma devono cercare di non essere troppo provocatorie".

    Lei giocava con Magic Johnson.
    "Era il tempo dell'innocenza, eravamo tutti molto naive. Si pensava che l'Aids fosse roba da quartieri bassi, la sieropositività di Magic ci ha reso tutti vulnerabili".

    Un mese prima Wilt Chamberlain aveva dato i numeri.
    "Era andato a letto con ventimila donne, questo dichiarò. Era l'idolo di una generazione, era il nero che riscattava tutti, veramente inopportuno da parte sua, soprattutto scendere nei particolari, dire che la donna nera a letto è inferiore perché poco sofisticata. Io ero il suo erede, ma lui non era mio eroe. Era repubblicano, votava per Nixon".

    Lei ha ricevuto minacce?
    "Sì. Vent'anni di basket lasciano tracce".

    Anche quella di non toccare la donna bianca.
    "Girano queste lettere ai campioni neri dello sport americano. Dovrebbe essere una donna di colore che evidentemente per motivi personali o per stereotipi ha preso di mira con minacce di morte le star più in vista. Da noi ai Lakers in allenamento i cellulari sono spenti. Per evitare fans e turbolenze, oggi i giocatori sono un target".

    Jabbar, insegnare stanca?
    "Sì. Se ti trovi davanti a chi non vuole imparare. Io avevo sempre tre avversari addosso, con il diritto di fermarmi in ogni modo, perché ero il più grosso. Mai chiesta protezione. Guardate la nazionale Usa di basket ad Atene. Indecente e imbarazzante, gente svogliata e senza morale. Porgo le condoglianze. Ragazzi, e imparare a passare meglio? Ma già, loro si divertono a schiacciare".

  2. #2
    *eddie*
    ospite

    Predefinito Re: Intervista a una leggenda

    Tutte cose più o meno ovvie però mi stava venendo un coccolone quando ho visto le prime di Sport dedicate all'NBA...

  3. #3
    Vitor
    ospite

    Predefinito Re: Intervista a una leggenda

    salverei questo dall'apocaFUD

  4. #4
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    Predefinito Re: Intervista a una leggenda

    Vitorbaia ha scritto gio, 07 settembre 2006 alle 14:28
    salverei questo dall'apocaFUD

  5. #5
    Vitor
    ospite

    Predefinito Riferimento: Intervista a una leggenda

    Kareem Abdul-Jabbar 62, revealed during an interview Monday that he has Philadelphia chromosome-positive chronic myeloid leukemia, a cancer of the blood and bone marrow that produces cancerous blood cells. (Wally Skalij / Los Angeles Times)

    in bocca al lupo Kareem

  6. #6
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    Predefinito Riferimento: Intervista a una leggenda

    sperem

  7. #7
    tizio_incognito
    ospite

    Predefinito Riferimento: Intervista a una leggenda

    Gli auguro tutto il bene possibile!

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