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Discussione: Le opere di [email protected]

  1. #1

    Predefinito Le opere di [email protected]

    Come promesso...
    Una poesia nata dai frutti del mio viaggio.


    LAGER

    C’eri anche tu
    quando mi si presentò la scultura di Dachau...
    Ma non ti interessava.
    Avevi già da sbucciare i tuoi grumi di sangue
    e i tuoi nodi ai capelli.
    Potevo in qualche modo biasimarti?
    Forse sì.

    No, non ho lasciato nulla per le tombe degli italiani.
    Solo le margherite delle loro giovinezze
    che tu stessa mi regalasti.

    Le ho piantate nel cuore di mio fratello.

    E’ per questo che non mi seguisti più
    per la Romantische Strasse?

    ---------------------------------------- ---------------




























    Spoiler:

    questa è la scultura menzionata. La stacco dal testo per non creare dipendenza tra foto e poesia.



    Bella e orribile al contempo.

  2. #2
    Emack
    ospite

    Predefinito Re: [POESIA] Lager

    Ellittica.
    Qualche verso in più non sarebbe guastato.

  3. #3
    La Borga L'avatar di Jimmy
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    Predefinito Re: [POESIA] Lager

    [email protected] ha scritto gio, 15 aprile 2004 alle 18:17
    Poesia:





    Tenue provocazione

    .

  4. #4
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    Predefinito Re: [POESIA] Lager

    [email protected] ha scritto lun, 19 aprile 2004 alle 18:33
    CARA VALENTINA

    Cara Valentina:
    tu per me,
    eri il fugace ricordo (o guizzo) di una
    trota carbonica.
    Ma come ti dimenasti
    al toccar l’infezione
    tua delle branchie,
    con un solo ramo stecchito
    raccolto (“tra l’altro”) lì per caso. Per gioco.
    Sappi che non ti volli mai fare male
    sul serio.
    Ma respiravi veleno,
    il pus di un rigetto adombrato.
    Il tuo corpo non ti reclamava
    più, la pozza unica (?) Vostra consorte.
    O consolazione come dico oggi spesso,
    ereditando dal poeta-tuo-amico, sempre quello.
    Il punto di domanda (tra le parentesi)
    lo mantenesti solo per amore
    del mio orgoglio. Ti ringrazio. Comunque.
    Cara Valentina, il tempo
    non fa il suo dovere,
    e a volte, peggiora le cose…



  5. #5
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    Predefinito Re: [POESIA] Lager

    [email protected] ha scritto gio, 29 aprile 2004 alle 16:15
    PACE



    I'vo gridando: pace pace pace
    Petrarca

  6. #6
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    [email protected] ha scritto mer, 05 maggio 2004 alle 22:36
    BOUQUETS IRACHENI

    Troppa luce per stabilire se fosse Iraq o
    Afghanistàn e poco importante il nome
    su cui t’impuntavi.senza ragioni.
    L’Iraq lo portavamo tutti nel cuore
    e la tua, dunque, cosa voleva essere?.
    La foll(i)a delle barbe, loro sì distinte,
    che sbraitavano al boia un taglio netto
    con la cesoia da giardinaggio (ricordi l’oleandro
    nell’orto?). E’ un italiano che conosciamo sul patibolo.
    Io soldato-e-filosofo disarmato (no, la mia filosofia non
    era mortale) a cercarti nella marea,
    ma tu?
    Poi t’ho scorto di scorcio nelle brecce
    di un palazzo di sale color sabbia.
    Il balenio incrociato delle tue pupille nocciola
    mi riportò a quei primi spari di maggio.
    Cantarono le notti arabe ed il gallo in coro.

    …Ma la risacca col suo ritmo
    ti trascinò con sé…

  7. #7
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    Predefinito Re: [POESIA] Lager

    [email protected] ha scritto mar, 01 giugno 2004 alle 00:00



    DUE GIORNI A MOSCA

    Mosca vestiva di bianco sui parchi e sui fiori.
    La neve preferiva in genere questi ultimi
    nonostante parco e fiore fossero di solito
    indistinti come gentleman borghesi.
    Il poeta della pioggia era dedito
    da qualche tempo ad inseguire un’altra mosca,
    altrettanto bianca. Il gelo invernale,
    che pure incrostava le primule (esse d’inverno?
    Quando mai? Forse di plastica) non atterriva
    decentemente la postura degli occhi azzurri, languidi
    e incappottati. Il freddo era moderato, d’altronde,
    il suo passaggio non era indiscreto
    come da intenzione, non che l’anziano
    barbone fosse uno stolto o magari,
    alticcio sempiterno ed etereo
    quasi (in un certo qual modo) alla stregua
    dei suoi compari.
    Italiano di faccia, ovviamente.
    Ecco, nonostante tutto, nonostante quella saggezza
    congenita, la clausola dell’anzianità,
    e nonostante, forse, forse avesse inteso aura
    differente nel bottone del cappotto,
    non poteva capire. Tutto qua.
    E l’incappottato decise di non badare a quanto
    lo seguiva perché ad inseguire, nominalmente, era
    il suo lavoro. Lasciò lo straccione al bianco
    e si dedicò ad altro bianco.
    "Pardon, signorina" urtando sui seni. "Lei...mi deve scusare"
    "Ero soprappensiero, mi perdoni, mi perdoni ancora
    una volta" (lasciando il pensiero
    "Ed anche un bacio se mi è concesso"). Il bacio
    parve eccessivo ed infatti non lo chiese.
    La signorina, di animo gentile, perdonò di buon cuore,
    elargì troppa gentilezza per guizzare lo sguardo.
    Col sorriso "Buonasera signorina, buonasera"
    ("Eppure vorrei baciarla signorina mia,
    almeno una volta").

  8. #8
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    Predefinito Re: [POESIA] Lager

    [email protected] ha scritto lun, 13 settembre 2004 alle 12:41

    Ok, un semplice resoconto delle vacanze.








    LE RUOTE DELLA BICI



    Poi.

    un saluto, un cenno per tuffarsi
    come trote di carbonchio
    nel fiume.


    Una scenografia di uomini impastati, vibranti. Sfuggevoli.
    Noi: si permaneva nonostante tutto, arroccati sulla balaustra
    accompagnati dagli schiamazzi.

    La nave, la crociera notturna, la nave. Siamo partiti un’estate,
    così, a casaccio.






    ***


    Si fece avanti questo Mr Cassius, che riteneva, assicurava di conoscerti. Lì per lì non gli ho creduto poi ho pensato che in fondo, in un’altra vita, ti sarebbe potuto piacere. Parlò a lungo di una strana scarpa che ti rubò in Ruanda, ma in Ruanda? Non sei mai stata in Ruanda, ricordo male io? Ai tempi della guerra, pare.
    E tu, dov’eri finita, dov’eri finita.


    ***


    Guarda che paesino va diradandosi alla finestra.

    In mezzo alle montagne
    v’è un piccolo campo,
    vi si gioca a pallone.
    Nel piccolo campo si affaccia
    un palo della luce e tanti altri.
    Portano la luce nelle casupole
    del paesino,
    quando appaiono le nottilucenti
    e i bimbi frignano e le puerpere
    frignano
    e i soffioni se ne stanno quieti.
    Croce mistica, croce magica
    croce o non-croce
    tanto, poco importa.

    (Croce mistica)



    ***


    Nell’istante in cui ci si ferma.

    Nel salotto liberty eri
    affumicato ed austero come si conviene,
    ad un marito solidissimo, di marmo.
    Tu, di fianco, facevi pure una bella figura,
    col capo reclinato impercettibile
    sulla spalluccia.
    Probabilmente solo io
    potevo ravvisarti in questa posa.

    Eppure v’era qualcosa che non coglievo
    in quel tuo seppioso languore.


    ***


    M’è capitato di trovare in tv
    una manciata di poeti.
    (Uno lo conoscevo di fama.)

    E ho recentemente recuperato
    delle vecchie foto,
    ne ho cercate altre
    di altri poeti.

    ***


    Guenda (che nome!) venne fuori proprio quella sera. Si presentò a noialtri così di sorpresa che potei mugugnare unicamente un qualcosa di incomprensibile, nulla di salvifico. Quando fanno a questo modo è finita. Un mio lontano parente. Così affermava in dialetto veneto e pronuncia australiana.
    Ti ho mollata lì, mi son divincolato, sono uscito sul ponte e ho preso una boccata d’aria. E infine son tornato a darti man forte. Non è da tutti essere così onesti.


    ***


    Ci colse in mezzo alla vita
    un falò tra le rotaie e il suono
    malandato di una chitarra acustica.
    Voi indiano e voi lady, che fate segnali di fumo,
    davvero avete creduto che qualcuno
    dietro agli alberi avrebbe risposto?
    Dalla collina non giunge alcunché
    da anni. Neppure una rondine,

    sperduta o mistica che sia.

    E poi non v’hanno mai detto
    che il fumo fa male ai polmoni?


    ***


    REVINE

    Le case di sassi non ci andrebbero
    con le villette a schiera,
    ha uno strano umorismo
    questo Dio delle case.
    Dissetiamoci alla fontanella
    e non preoccupiamoci se non è acqua
    potabile. Io stesso non sono mai stato
    digeribile eppure mi muovo sulle labbra
    di tutti, pure sulle tue.


    ***


    Ma chi ha fermato
    questo canto illibato.

    Non ci è bastata una sosta
    per ripartire, questa volta.


    ***


    Milano-Venezia S.L., per un giorno a Venezia poi a Mestre, da lì a Conegliano, il taxi fino a Revine, non Revine Lago, Revine Revine, a dormire, quindi in macchina a Conegliano, Mestre, Venezia un altro giorno e poi la sera i treni erano finiti. Taxi fino a Revine, poi in corriera fino alla stazione e siamo tornati all’origine dell’Universo, tutti quanti con il verso che non era più uni ma cambiato di direzione.


    ***


    I fari ci prendevano di sorpresa,
    impreparati noi e spauriti
    scriccioli della notte e

    Una cosa sola mi rassicurava.
    Che ogni luce se ne stesse
    con la sua compare.

    Quanti anni erano che continuavamo a suonare,
    e da quanti non ne tenevamo conto.


    ***


    Non ho lasciato nulla per le tombe degli italiani.
    Solo le margherite delle loro giovinezze
    che tu stessa mi regalasti.
    Le ho piantate nel cuore di mio fratello.


    ***


    COLLAGE (11-03-04)

    Ho lavato le zampe al mio setter
    col detersivo per i piatti
    alla menta.
    L’avevo comprato in una stazione di servizio
    per il compleanno dei tuoi zii,
    morti, loro, nell’autostrada
    “Du soleil” che ora porta il nome
    di Querce Gemelle.
    Da allora il cane non usa più
    l’ endecasillabo sciolto
    nelle poesie estive,
    l’occhio acquatico in frammenti
    era proprio il suo. Non te n’eri accorta.
    Scoprii di avere
    le labbra screpolate,
    quando incominciai a masticare i ciclamini
    che tenevi sul balcone.
    (Già, sapevano anche loro di detersivo
    alla menta.)
    Poi un giorno, ho rivisto le foto di Madrid,
    su consiglio del poeta tuo amico.

    Non ricordavo che non ci fossi più.


    ***


    IL SOGNO DEI BAMBINI

    Eravate tutti intorno alla tv che distribuiva il suo mutismo,
    qualcuno l’accompagnava con una chitarra che
    era andata da un pezzo. Io partivo, intanto,
    verso un non-so-bene-dove.
    Han tinto il cielo con tocchi all’arancia,
    ma il Paradiso che si sogna
    in autostrada, quello, in che taschino se lo saranno
    dimenticati…
    Dicevi che guizzavamo nei fiumi come delle trote al carbonchio.
    (Eppure io, da quant’è che sono fermo?)
    Eccolo qui il tuo poeta distratto; chissà se poi

    son tornato veramente.


    ***


    RITORNO

    Sono rincasato verso sera
    nella casetta di campagna, nella selva che ci piaceva
    tanto.
    M’attendevi sull’uscio, colla lanterna crepitante.
    Due nuvolosi mini-angeli, cupidi, da mangiarsene
    ti tenevano a bada. Sopraccigli di vite,
    si intrecciavano come l’edera sui mattoni
    e finivano con venate foglie di fico
    ma non era stagione, e non ci siamo saziati
    coi frutti.
    L’uno complice non dichiarato delle lunghissime tue gambe,
    l’altro ti stava in grembo, saliva qualche momento
    per raccontare un motto di spirito, una barzelletta
    ogni tanto, all’orecchio.
    Sì, terminavi col ridere, e sarà stata anche la situazione…
    entrammo assieme ai due scherzi della metafisica
    nella casupola,
    dove ci coricammo
    badando poco alle sottigliezze del surreale
    e prendemmo sonno.

    Terminò in qualche modo
    il chiacchiericcio che ci accompagnava,
    che ci seguiva da quanto?

    una vita? Qualcosa in più.

    Qualcosa in meno, dipende.




    (e se avrai bisogno
    reggerò a tutti e due la chitarra

    per tornare vigili, una volta in più)

    Una volta ancora
    su queste indecifrabili strade. E tu.



    Ricorda che in ogni caso

    siamo noi due.

  9. #9
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    Predefinito Re: [POESIA] Lager

    [email protected] ha scritto ven, 08 ottobre 2004 alle 18:24




    Ricordo una cavolaia verde
    proverbio, che dall’ombra, dall’angolo
    morto del treno, mi agitava il sonno.
    Non credo sia mai riuscita a svegliarmi.

    La guerra è un argomento serio,
    mica si scherza. Mica si può dire:
    “io, di questa, non mi curo affatto”.
    (Se pure l’ho fatto, non fu per me

    e se fu per me, era incoscienza
    della gioventù). Dopo molti treni,
    adesso, ne posso dire qualcosa;

    la farfalla non fu una scemenza,
    anni dopo l’ho fatta coi cartoni:
    può volare, per ora è indecisa.




  10. #10
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    Predefinito Re: [POESIA] Lager

    [email protected] ha scritto dom, 24 ottobre 2004 alle 20:02



    “Hai poi sentito il tuo amico, quello che praticava le arti marziali?”
    “Sì; si è laureato in filosofia.”
    “Davvero?”
    “Sì.”
    “Ah, è strano, insolito. Insomma, non si sente tutti i giorni.”
    “Molto insolito.”
    “Vedi, io me lo immaginavo, uno così, un po’ scemo.”
    “Questo non è stupido.”
    “Non l’avrei detto.”
    “E’ molto riflessivo. Hai ragione, è inconsueto.”
    “...”
    “...”
    “Come mi vedi, a me?”
    “Come ti dovrei vedere?”
    “Filosofo-combattente à la Bruce-Lee, come mi ci vedresti?”
    “Sei piccolo come un granello di senape. E non hai mai studiato volentieri.”
    “Stai parlando sul serio?”
    “Sì.”
    “...”
    “...”
    “Ehi, guarda quello.”
    “Dove, cosa?”
    “Quello.”
    “E’ un albero.”
    “Un albero...”
    “Che ha che non va? Mi sembra del tutto normale. Che ha?”
    “Non è un albero.”
    “Sei scemo.”
    “Ascolta, hai definito *quello* come <<albero>>. Ma non è un <<albero>>, *quello*”
    “Come, come?”
    “*Quello* al limite è in un rapporto di similitudine verticale con ciò che hai in testa e che chiami <<albero>>. Quello che hai in testa è <<albero>>, quello che vedi non è <<albero>>.”
    “Ma scusa, anche tu lo hai definito albero.”
    “No no, io ho solo detto: quello.”
    “...”
    “Appunto.”
    “...”
    “Hai visto che non è tanto difficile fare il filosofo?”

  11. #11
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    Predefinito Re: [POESIA] Lager

    [email protected] ha scritto sab, 11 dicembre 2004 alle 00:50
    Niente, spero non vi dispiaccia questo mini-mini-raccontino ispirato al Dino Buzzati del “Deserto dei Tartari”.
    Ho disseminato una citazione di Majakovskij in un punto imprecisato della storiella, per spocchia.





    Portavo i talloni dritti sulla punta del piede, in modo da non scalfire il cuoio terroso delle scarpe con parsimonia di tempo. Era tanto per provare a fare l’indiano; e così palmo a palmo camminavo di un metro all’altro.
    Il gioco mi durò fino alle prime asperità della balza dove alzai il mento e guardai indietro per capire dove fossi e se, soprattutto, mi ero perso. Indugiai, nel levare lo sguardo, sulle prime righe di sole che strisciarono il viso ma il sentierino pecioso non l’avevo scartato, meno male. Sulla sinistra, quando fui ad un’altezza considerevole, si profilò una valle rossastra e autunnale nervata da uno sparuto rigagnolo, mentre sulla destra, sulla destra continuava il monte dietro agli arbusti e ad altri grandi alberi di cui non sapevo il nome. Di solito funzionava così: che un cerbiatto (o un capriolo, non ricordo se ci siano differenze) di passaggio, per caso mi scorgesse e da lì spiccasse un volo precipitoso dietro alla ramaglia. Non è un problema, non ne faccio un problema, però mi piacerebbe che ci fosse un po’ più di confidenza: per Dio!, son tanti anni che ruzzolo tra questi boschi.
    Ad ogni modo, lasciati questi pensieri, mi voltai verso la bicocca pietrosa che aspettava di fianco al muretto. Non mi destava alcun interesse e decisi infine di portarmi più in là per terminare la passeggiata.
    Le capre, i gatti e i caprioli (un pavone, una volta, addirittura, in una semi-fattoria più a valle), il prete e la Madonna delle nevi; la solita solfa da anni.
    Codice:
    
    




  12. #12
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    Predefinito Re: [POESIA] Lager

    [email protected] ha scritto lun, 11 aprile 2005 alle 00:03
    Ho classificato questo mio scritto come "da sistemare". Che ne pensate?



    NATURA MORTA

    E’ faticoso rimanere in punta in piedi
    (per non disturbare) sul guscio dei molluschi.
    Gli animali avran sentito il pericolo – dicevi –
    non si spiega altrimenti la loro assenza.
    Non eran programmati convegni, ovvio,
    né seminari; non si poteva pretendere
    che scogli e chioschi brulicassero
    non c’era il buffet

    né bouquets a portata di mano.
    Le ossa raccontavano barzellette
    spezzando, ogni tanto, il ritmo.

  13. #13
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    Predefinito Re: [POESIA] Lager

    [email protected] ha scritto lun, 15 agosto 2005 alle 07:50
    Montale è ricordato principalmente per il suo discorso poetico. Vorrei proporre la lettura, invece, di un racconto che ho trovato splendido. A voi.


    L'uomo in pigiama

    Passeggiavo nel corridoio, in pantofole e pigiama, scavalcando
    di tanto in tanto un cumulo di biancheria sudicia. Il mio albergo
    era di prima categoria perchè aveva due ascensori e un monta-
    carichi (quasi sempre guasti) ma non disponeva di un ripostiglio
    per lenzuola, federe e asciugamani in provvisorio disuso e le
    cameriere dovevano ammucchiarli qua e là negli angoli morti. A
    notte inoltrata in quegli angoli morti arrivavo io, e perciò le came-
    riere non mi amavano. Tuttavia, dopo aver dato qualche mancia,
    avevo ottenuto il tacito permesso di deambulare dove volevo.
    Era la mezzanotte passata. Trillò piano un telefono. Che fosse
    nella mia stanza? Mi avviai con passi felpati ma sentii che qual-
    cuno rispondeva; era al numero 22, la stanza vicina alla mia.
    Stavo per ritirarmi quando la voce che rispondeva, una voce di
    donna, disse: "Non venire ancora, Attilio: c'è un uomo in pigiama
    nel corridoio. Passeggia in su e in giù. E potrebbe vederti".
    Sentii dall'altra parte un confuso gracidio. "Mah?" ripose lei
    "non so chi sia. E' un disgraziato che fa sempre così. Non venire,
    ti prego. Semmai ti avviso io." Riattaccò con un tonfo, udii passi
    nella camera. Mi allontanai d'urgenza scivolando come sui pattini.
    In fondo al corridoio c'era un sofà, un secondo cumulo di bian-
    cheria e un muro. Sentii la porta della camera 22 aprirsi; da uno
    spiraglio la donna mi osservava. Là in fondo non potevo restare;
    tornai indietro lentamente. Avevo circa dieci secondi di tempo
    prima di passare davanti al 22. Fulmineamente esaminai le varie
    ipotesi possibili. 1) Tornare nella mia stanza e chiudermici dentro;
    2) idem con variante, informando cioè la signora che avevo sen-
    tito tutto e che intendevo farle cosa grata ritirandomi; 3) chiederle
    se proprio ci teneva a ricevere Attilio o se io ero un pretesto da
    lei scelto per esimersi da un non grato bullfight notturno; 4) igno-
    rare il colloquio telefonico e continuare nella mia passeggiata;
    5) chiedere alla signora se intendeva eventualmente sostituirmi
    all'uomo del telefono ai fini di cui al numero tre; 6) esigere spiega-
    zioni sul termine "disgraziato" col quale aveva creduto di designarmi;
    7) ... la settima stentava a formarsi nel mio cervello. Ma ormai
    ero davanti allo spiraglio. Due occhi neri, una liseuse rossa su
    una camicia di seta, una capigliatura corta ma piuttosto ricciutella.
    Fu un attimo, lo spiraglio si richiuse di colpo. Il cuore mi batteva
    forte. Entrai nella mia camera e sentii il telefono trillare ancora
    al numero 22. La donna parlava piano, non sentivo le parole.
    Tornai nel corridoio con passo da lupo e allora qualcosa riuscii a
    distinguere: "E' impossibile, Attilio, ti dico ch'è impossibile...". Poi
    il clac del ricevitore riattaccato e il passo di lei verso la porta. Con
    un salto mi pecipitai verso il cumulo d'immondizie numero due,
    rimuginando in cuor mio le ipotesi 2, 3, 5. Lo spiraglio si aperse
    ancora. Fermo là era impossibile restare. Mi dissi: sono un disgra-
    ziato, ma lei come ha fatto a saperlo? E se passeggiando la salvassi
    da Attilio? Oppure salvassi Attilio da lei? Non sono fatto per essere
    l'arbitro di nulla, tanto meno della vita degli altri. Tornai indietro
    trascinando una federa con una pantofola. Lo spiraglio era più lar-
    go, la testa ricciuta sporgeva di più. Ero a un metro da quella testa.
    Mi irrigidii sull'attenti dopo essermi liberato con un calcio dalla
    pantofola. Poi dissi con voce troppo forte che rintronò nel corridoio:
    "Ho finito di passeggiare, signora. Ma come sa che sono un disgra-
    ziato?". "
    Lo siamo tutti" disse lei e richiuse la porta di scatto. Trillò ancora
    il telefono nell'interno.

  14. #14
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    Predefinito Re: [POESIA] Lager

    [email protected] ha scritto dom, 25 aprile 2004 alle 18:12


    FASDDAF GHGDF SFD

    Fgafja fajjda opàòj kf
    kjfdsj hts yshfi ifjfh
    kà+aà2ì0dam jijajl, kd
    lakas. Yhdifdm, fjd8in

    dahgd. Pkdh dk pakdjè,
    fa'89 ldk ù+sèkw, fakk
    z<<cmsòasàè2\l ,ldkadl
    fdkdoi lkfka odks ,ska

    da. Floajd kdk, fpoa:
    kfkk èorm odm '20 òlak
    òlytpt '506 àòsklf èpo

    das hodjke cuordd lska
    kldkdkalfp lgfk dkfk d
    dfkdk dkjda ,sld, popò.

  15. #15
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    Predefinito Re: [POESIA] Lager

    [email protected] ha scritto mer, 26 gennaio 2005 alle 19:32
    Sfrutto la strana e favorevole congiunzione astrale poetica.






    IN LIMINE



    Lo scalpiccio degli applausi, alla fine dello spettacolo,
    ci accompagnava spesso sui bordi del sipario
    quando faceva freddo, con l’equilibrio
    di aspiranti funamboli.
    Certe conoscenze ci permisero, poi,
    di entrare e sbirciare dentro.
    Il tempo era poco, l’assistente sociale
    si scocciava quasi sempre.

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